Stavolta la parola deriva dal latino. Perché denaro è pronipote di quel denarius, la moneta argentea diffusa soprattutto in epoca imperiale, l’equivalente di 4 sesterzi o di 16 assi. E’ per questo che era conosciuta in tutto il Mediterraneo: di denarii era fatto il prezzo del tradimento di Giuda. Nella grande età dell’oro degli arabi, però, i denari arrivano attraverso Bisanzio e il suo denarion, si dice. Fatto sta che, secondo i cicli della storia, il denaro esce trasformato, dalla contaminazione con la dominazione arabo-islamica. Il califfo omayyade Abdel Malik decide, alla fine del VII secolo, la grande riforma finanziaria: istituisce il dinar, la moneta aurea del peso di 4,25 grammi che percorrerà tutta la storia. Tanto che oggi è tornato di modo, nell’idea dell’e-dinar, di un dinar elettronico legato al valore dell’oro, che però sembra non avere sfondato neanche nella Penisola Arabica.
Questa l’etimologia. Ma poi, o meglio, accanto viene la cultura materiale. Il denaro è importante, serve per campare, per comprare i beni di prima necessità, per mantenere la famiglia. Nei confronti del denaro, dunque, conviene avere quel sacro rispetto che nasce dall’uso che del denaro (quello vero, quello concreto) si fa. E dunque, talvolta, il denaro si bacia. Perché è una benedizione di Dio, una benedizione che arriva nel corso della giornata e serve a far mangiare la famiglia alla sera.