C’è kefiah e kefiah

admin | January 8th, 2013 - 12:15 pm

Non credo che a Recep Tayyep Erdogan abbia fatto  molto piacere essere paragonato, com’è subito stato fatto in alcune analisi uscite in questi giorni, a Lawrence d’Arabia, quando si è fatto fotografare con kefiah e abaya durante una visita di fine anno a un campo di rifugiati siriani in Turchia. Lawrence d’Arabia, dei turchi, pensava tutto il male possibile: li considerava responsabili della fine della “felicità” araba, scrive nei Sette Pilastri della Saggezza.. “Attraverso fasi successive – spiega T. E. Lawrence -, i semiti asiatici furono soggiogati [dai turchi] e trovarono una morte lenta. Furono privati dei propri beni; e il loro spirito si avvizzì sotto l’alito paralizzante di un governo militare. Il regime turco era da gendarme e la teoria politica tanto rozza quanto la pratica. I turchi insegnarono agli arabi che gli interessi di una setta erano più importanti di quelli del patriottismo: che le insignificanti preoccupazioni della provincia superavano quelle nazionali. Li portarono a diffidare l’uno dell’altro, creando discordia con l’inganno. […]  Gli arabi potevano solo servire lo stato, sacrificando le loro caratteristiche razziali”.

La lettura di Lawrence non solo è a dir poco datata, ma stride anche con una interpretazione più recente e molto più edulcorata del tallone ottomano sul Levante arabo, secondo la quale si stava meglio prima. Prima dei nazionalismi arabi, prima di Sykes-Picot, prima della frammentazione della regione ad usum delphini. Il nazionalismo che fu strumento nelle  mani di Lawrence non fu solo una delle chiavi della modernità araba, della prima nahda, del primo risveglio. Fu anche la morte di una concezione in cui il limes aveva un peso molto più contenuto, in una terra in cui riga, squadra, mappe non potevano essere usate maldestramente come poi noi (europei) le usammo.

L’immagine, però, ha il suo peso. E quella foto in cui Erdogan è stato immortalato con la kefiah in testa e la classica abaya beduina esibita a mo’ di mantello non poteva non suscitare una reazione a dir poco classica. Erdogan il neo ottomano vuole blandire i siriani e gli arabi del Levante, questo il messaggio che è passato nella lettura corrente.

I fatti, in sintesi. Il premier turco è andato alla fine dell’anno nel campo profughi di Okakali a far visita ai rifugiati siriani, assieme a sua moglie. Una visita perfettamente in linea con la politica di Ankara versola Siriadel post-Assad. Assieme a lui, infatti, c’era Moaz al Khatib, designato leader dell’opposizione siriana che sta trattando il futuro politico a Damasco, islamista moderato, uomo che dovrebbe tentare di non sfilacciare ulteriormente un panorama già spaccato dalla guerra civile.

I rifugiati hanno regalato a Erdogan il classico mantello beduino, di lana calda, un capo che si indossa nelle grandi occasioni, dalle cerimonie ai riti più familiari, matrimoni, funerali, e il suo ufficio stampa ha anche messo la foto sul sito ufficiale del governo… Un esempio, fra i tanti: alla tumulazione di fra’ Michele Piccirillo, francescano e archeologo, sul Monte Nebo, nell’autunno del 2008, i capi delle tribu beduine giordane ai margini del Mar Morto si presentarono con i loro mantelli e le loro kefiah bianche e rosse, per rendere omaggio a un uomo che li aveva rispettati e protetti.

Erdogan ha indossato abaya e kefiah, a dire il vero in maniera un po’ goffa, come succede a chi indossa abiti altrui. Voleva blandire i profughi siriani? Forse… Ma Erdogan non è un neo-ottomano. Semmai un post-ottomano. Molto più raffinato dei turchi che aveva incontrato Lawrence ai suoi tempi. Il pericolo, per gli arabi, è però simile. Ancora una volta, affidarsi in mani d’altri per uscire dal pantano della guerra civile e sperare di avere abbastanza potere per non essere – ancora una volta – solo una bella pietanza da dividere sul tavolo del vincitore.

Postilla: la kefiah, peraltro sempre nella versione bianca e rossa, sembra essere diventata un must per gli islamisti. Non è la kefiah di Fatah, la kefiah di Yasser Arafat, diventata icona del nazionalismo palestinese. Ismail Haniyeh la indossa di tanto in tanto, la kefiah beduina, che va bene dalla steppa siriana ai deserti dell’Arabia, bianca e rossa. Incarna la nazione araba e la tradizione, occhieggia al nazionalismo senza appropriarsi della versione bianca e nera.

Per la playlist, i Procol Harum di Salty Dog. Grazie, Marcello!

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