Le alchimie di Morsy

admin | June 27th, 2012 - 2:53 pm

Allora, Mohammed Morsy vuole tranquillizzare l’Occidente. Un suo consigliere ha fatto sapere che i due vicepresidenti dovrebbero essere un copto e una donna. Se la dichiarazione di uno dei consiglieri di Morsy divenisse realtà, potremmo anche pensare di prendere esempio dal nuovo Egitto. E magari in Italia avere un presidente del Senato donna (nella sua funzione di seconda carica dello Stato), oppure negli USA Il presidente Obama potrebbe avere come suo vice non un uomo, Biden, ma magari una donna. Scusate l’ironia, ma  fare le bucce agli altri mentre noi razzoliamo in altro modo non mi pare poi così corretto.

Battute a parte, la questione delle quote rosa e religiose è comunque importante, per la presidenza dimezzata di Mohammed Morsy. Ha bisogno di alleanze, per contrastare la blindatura dei vertici delle forze armate che non hanno intenzione di lasciare ruoli e potere. Meglio, dunque, tessere la trada dei rapporti con le altre foEl della rivoluzione in campo.

Non è, peraltro, così indigesto per la Fratellanza Musulmana accettare una donna come vicepresidente. A giudicare da quello che è successo in altre elezioni, il consenso all’Ikhwan non solo non è stato confinato all’elettorato maschile, ma è probabile che abbia avuto proprio nelle donne l’arma vincente. Quando Hamas vinse le elezioni parlamentari palestinesi nel 2006, il voto delle donne fu fondamentale. Un voto conservatore, in gran parte. Ma non solo. Così come conservatore ma non solo fu il voto femminile che premiò la Democrazia Cristiana (toh, un partito con una profonda base religiosa) almeno nel 1948.

Per Morsy, insomma, una presenza femminile accanto a lui potrebbe non essere un problema, né dal punto di vista ideologico, né da quello programmatico. Certo, è anche riduttivo pensare a un consenso femminile verso l’Ikhwan come unicamente conservatore. Non è ovviamente così, e a confermarlo è il pensiero femminile islamista (dentro e soprattutto fuori dalla Fratellanza Musulmana), variegato, interessante, diversificato. Basta leggere la produzione e seguire l’impegno quotidiano di Heba Raouf Ezzat (potrebbe essere lei, una delle potenziali vicepresidenti?), o soffermarsi sul ruolo della giovane Nawara Negm nel fronte rivoluzionario.

Detto questo, a Morsy non basterà certo avere una vice donna e un vice copto per rafforzarsi. La sua ricetta alchemica deve essere molto più complessa, come dimostra l’ipotesi (ma quanto reale…) di Baradei come premier tecnico. Per conto mio, però, farei attenzione al comportamento delle diverse branche della magistratura egiziana. È vero che, non solo durante il regime di Mubarak, la magistratura è stato uno dei pilastri della costruzione che ha consentito ai regimi, da Nasser a Mubarak, di resistere decenni. Nessuno si dimentica degli emendamenti costituzionali che nel 2006 consentirono a Mubarak ripresentarsi candidato alle presidenziali senza avere un vero avversario. Ma allora, proprio nel 2006, così come in questi giorni, c’è anche altro, nella magistratura egiziana. Allora il club dei giudici manifestò platealmente il suo dissenso, in strada. Ora, una sentenza importante è arrivata proprio all’indomani della proclamazione di Morsy come primo presidente civile egiziano. Una sentenza che ribalta una delle mosse dei militari: la possibilità, da parte della polizia militare e dell’esercito, di arrestare civili.

Occhio al comportamento della magistratura e alle sue divisioni, dunque. Così come occhio a quello che succederà negli equilibri interni di Al Azhar, cuore del conformismo sunnita, non solo in Egitto. Da Nasser in poi, il capo di Al Azhar è sempre stato eletto dal presidente. Ora i militari vogliono formare un panel interno ad Al Azhar che elegga il Grand Imam. Un modo, anche questo, per diminuire il potere della presidenza della repubblica…

E infine alcuni consigli di lettura. Il primo – finalmente – è un commento di Baheyya, bello come sempre. Il secondo è di un altro blogger, liberal, laicissimo, e reduce dal tentativo di farsi eleggere nelle elezioni dello scorso autunno. The Game, di Sandmonkey, è stato scritto alla vigilia della vittoria di Morsy, ma dice ancora molto. E il terzo consiglio è la rivoluzione passiva di Cihan Tugal, su Jadaliyya.

In questi giorni sono stata travolta dal catalogo completo dello stereotipo sull’islam politico, tra articoli comparsi sulla stampa italiana, editoriali, commenti, e interviste che mi hanno fatto. Cosa succederà, ora che Morsy è il primo presidente di una repubblica araba con lo stigma del ‘fratello musulmano’? Potremo ancora essere alleati dell’Egitto? E poi la sharia? Inutile ripetere che parti consistenti della sharia, per esempio sul diritto di famiglia, fanno parte integrante, in un modo o in un altro, di quel mix incredibile che sono le legislazioni dei paesi arabi… Ne fanno pare integrante da decenni, ma nessuno ha mai storto il naso, prima, quando in Egitto c’era Hosni Mubarak. Né hanno storto il naso, in Europa e in Italia, quando a essere a rischio non erano solo i diritti dei copti e delle donne, ma i diritti umani di tutti. A prescindere dalle fedi, dal genere, dalle preferenze sessuali. Allora, in pochi si stracciavano le vesti quando erano le donne egiziane a subire molestie sessuali nel 2005, in piena era Mubarak. Oppure quando i ragazzi laici e islamisti venivano sistematicamente torturati nelle stazioni di polizia, perché si opponevano al regime.

Ora, invece, ci preoccupiamo molto. Moltissimo. Magari concentrando l’attenzione su un dettaglio, invece che sul futuro dell’Egitto tutto. Estenuante… Ah, ovviamente la pagliuzza è evangelicamente più grande della trave: che anche in Italia il ruolo della religione (cattolica) sia tanto importante da incidere sulla nostra, di legislazione, quando si parla di temi etici, non sembra fare scalpore. Ma se a incidere sulla dimensione pubblica è un’altra fede, l’islam, allora questa ingerenza diventa scandalosa. Gli arabi ci accusano del doppio standard, dei due pesi e delle due misure: la ragione è evidente.

Per la playlist, Elisa, Eppure sentire.

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