Il personaggio più odiato dell’Egitto, nelle scorse ore, non è stato né Hosni Mubarak né il generale Tantawi. Si chiama Farouq al Sultan, capo della commissione elettorale, colui che ha tenuto con il fiato sospeso l’intero paese per un’ora, nel discorso più lungo e – dicono – più noioso della storia recente. Il proverbiale umorismo egiziano ha dato il meglio di sé, e twitter è diventato una specie di bar in cui barzellette e battute si sono susseguite a ritmi serrati. Ya Rab, Farouq, basta, dicci il nome. Mio figlio si è già diplomato, mentre tu ancora parli, e ci sciorini praticamente tutte l’elenco degli aventi diritto. Percentuali, numeri, casi singoli, circoscrizioni minuziosamente passate al setaccio. Il tutto per dire che la commissione elettorale ha fatto il suo dovere, e che il risultato finale è inattaccabile. Ya Rab, Farouq, il banner di Al Jazeera in arabo recita da un’ora che l’Egitto è con il fiato sospeso: speriamo non sia vero, perché altrimenti saremmo tutti morti per mancanza di ossigeno…
Gli egiziani hanno reagito come al solito con ironia, per rompere la cappa di tensione che – mi dicono dal Cairo – aveva spaventato molti. Tutti. Se avesse vinto Ahmed Shafiq, il generale Ahmed Shafiq, l’uomo del passato regime, il feloul, il pericolo di un bagno di sangue, di una guerra civile, sarebbe stato molto più alto. Non perché sia scongiurato, con la vittoria dell’ikhwani Mohammed Morsy, leader del partito nato dalla Fratellanza Musulmana… Qualche cosa i militari faranno, per contenere Morsy, che già deve fare il presidente in una situazione bloccata e blindata dalle ultime decisioni del Consiglio militare supremo. Un presidente dimezzato, dopo la decisione di considerare nulle le ultime elezioni politiche e di inserire dei cambiamenti costituzionali importanti. I militari provano a salvare se stessi e il proprio ruolo, i prepotenti interessi economici e la storia della casta che ha tenuto l’Egitto in scacco per decenni. Ma almeno, oggi, è stato scongiurato il peggio.
Morsy ha vinto, e ora deve fare i conti con un paese diviso e impaurito. Soprattutto, dal punto di vista politico, deve capire come evitare di essere fagocitato dai militari e di spavetare ulteriormente un Occidente ancora una volta pavido.mUna soluzione possibile è che Morsy si allei con la rivoluzione, con le varie anime della rivoluzione. Non è un caso che i fratelli musulmani abbiano praticamente occupato da giorni il luogo simbolo della rivoluzione, piazza Tahrir, e che da giorni stiano parlando con i personaggi più importanti della rivoluzione per non avere entrambi i fianchi scoperti. Un governo di unità nazionale è nell’aria. La rivoluzione è l’unico alleato che può salvare gli islamisti dai militari, dalla controrivoluzione, dai neomamelucchi, dai gattopardi del regime Mubarak.
Una parola sul ruolo degli Stati Uniti. A Gaza gira la leggenda metropolitana, soprattutto da parte laica, che gli Usa abbiano sponsorizzato e diretto le rivoluzioni arabe, appoggiando in sostanza gli islamisti per questi cambi di regime. Sono convinta che non sia così, non foss’altro perché penso che oltreatlantico, così come nelle cancellerie europee, non si sapesse proprio cos’è l’islam politico. Penso invece che abbiano qualche fondamento i gossip che si ripetono, da ore, sulle pressioni che Washington avrebbe esercitato sui militari egiziani per evitare che facessero bingo. E che decretassero la vittoria di Shafiq. A Washington, qualche contatto con i fratelli musulmani egiziani c’era stato. Una delegazione dello Fjp, il Partito Giustizia e Libertà, era all’inizio di aprile a Georgetown, ospite del centro di John Esposito, uno degli esperti più noti di islam politico. Siamo ovviamente alla dietrologia, senza alcuna possibilità di verifica. È dunque un puro esercizio intellettuale, secondo il quale il rinvio della comunicazione ufficiale del vincitore delle elezioni presidenziali sarebbe dovuto alle pressioni esercitate dall’estero. Vero? Non si sa. Verosimile? Può darsi..
Taheyya Masr. La rivoluzione non è finita. Ora inizia la fase più difficile, anche se non ha vinto un esponente di piazza Tahrir. Il paese, in ogni caso, ha il primo presidente civile. Il primo presidente non generale, non militare, senza stellette. Non è un risultato di poco conto.
Chiedo scusa, a Washington sanno benissimo cos’è l’Islam politico: quello radicale l’hanno creato loro, quello moderato l’hanno catechizzato al neoliberismo. Il discorso vale soprattutto per gli Ikhwan, seguiti da vicino come minimo a partire dall’exploit del 2005. In US si sono scannati per un decennio se considerarli “cinghia di trasmissione” per, oppure “firewall” contro il terrorismo.
Se qualcuno non se ne fosse accorto ha prevalso la prima linea, ma da mò! Vedasi iniziative come Rand “Building Moderate Muslim Networks” o “The Moderate Muslim Brotherhood”. I contatti e il cambio di attitudine sono documentati: per restare in àmbito giornalistico, un tale Seymour Hersh se ne è occupato nel 2007 parlando di “re-direction”. La Pargeter e islamofobi d’assalto à la Vidino hanno gradualmente cambiato tono: la Pargeter è arrivata a sostenere che gli Ikhwan erano ormai considerati “part of the furniture” (ché un po’ di hubris non guasta mai). Sempre nel 2007 quelli del Carnegie commentavano in anteprima le bozze di ogni progetto politico degli Ikhwan. Ci sarebbe poi da stendere un velo pietoso su un esercito di thinkerati/groupies khaleeji, ma lasciamo perdere appunto …
“Qualche cosa i militari faranno, per contenere Morsy”. E’ stato già fatto tutto, altrimenti tutto questo non sarebbe nemmeno successo. Queste elezioni, come tutte le elezioni del resto, sono una farsa postmoderna. Basta guardare il turnout che scende a ogni consultazione per rendersene conto. Questo senza prendere in considerazione le denunce di brogli e irregolarità, che se non erro non sono mancate. Morsy non solo ha il guinzaglio corto ma, soprattutto, chi rappresenta?
Qui non c’è nessuna cospirazione da svelare, né tanto meno un pericolo teocrazia da scongiurare. E’ cambiato il vento, chi doveva capire ha preso posizione ed è stato fatto tutto alla luce del sole. Qui si deve cominciare a parlare semplicemente di “neoliberismo islamico”: capitalismo in economia, conservatorismo in società, libertà (di mercato), democrazia (liberal-conservatrice) e, al massimo, carità per i poveri. Questi parlano di stabilità del paese, crescita e sviluppo del settore privato, attrazione di capitale estero e via andare. Questo è il rosario del neoliberismo; i Fratelli Musulmani lo articolano in salsa islamica.
La politica economica che ha raso al suolo il paese sotto Sadat e Mubarak non è in discussione. Tutto il resto – ivi compresi i dibattiti su liberali/islamisti, laicità si/no, democrazia compatibile con Islam si/no – è fuffa.
Lo so, seguo il dibattito americano sull’islam politico da anni. Da quando Marc Lynch era Abu aardvark e il Carnegie tentava di convincere i politici americani che bisognava andare oltre i vetri fumé delle macchine diplomatiche blindate e i compound in cui lo staff dell’ambasciata viveva al Cairo. Il problema è il rapporto tra una parte dell’accademia, una parte dei think tank, una parte della diplomazia, e l’amministrazione vera e propria. La solita schizofrenia della politica estera americana… E questo mix di sottovalutazione, ignoranza e cedimento alle necessità delle lobby interne ha avuto il suo ruolo sino all’altro ieri. Ne sono, purtroppo, testimone diretta: per un decennio vissuto in Medio Oriente, per i miei libri, e per l’ultimo mio tour americano. Anche nel cuore di Washington.