Di musica shaabi, di raid preventivi e di altre storie

admin | May 31st, 2012 - 12:50 pm

Sarà il caso di non perdere il polso della pop culture araba, perché è quella che – poi – fa vedere più chiaramente anche le grandi ‘sorprese’ politiche dell’ultimo anno e mezzo. Se le rivoluzioni sono scoppiate, insomma, è perché la pop culture ha avuto una vita propria, e invisibile. Nelle pieghe della cultura popolare egiziana, un ruolo importante ce l’ha la musica shaabi, musica popolarissima, la musica che si suona ai matrimoni, la versione egiziana della diffusione del neomelodico a Napoli. Canzonette diremmo noi, ma poi mica tanto (la foto è di musica shaabi a un matrimonio). Nel senso che c’è anche una dimensione politica che va considerata. Non per niente, quando Alaa Abdel Fattah, uno dei più importanti blogger egiziani, venne arrestato la prima volta, or sono circa cinque anni fa, scoprì in cella – assieme agli altri ragazzi che si opponevano al regime Mubarak – che uno dei legami tra i ragazzi delle diverse culture politiche nazionali era proprio la musica shaabi. Cantavano le stesse canzonette. E allora, per saperne di più, il consiglio è di leggere questo bell’excursus di Soraya Morayef, su Jadaliyya. E’ sulla falsariga delle ricerche condotte per anni dal più famoso esperto di nuove tendenze musicali arabe, Mark LeVine, il cui libro uscì qualche anno fa anche in italiano.

 

La politica, però, urge, e dunque non la si può dimenticare, o lasciare da parte. Non sono intervenuta sul risultato delle recenti  elezioni presidenziali egiziane solo perché ero in giro per l’Italia, a fare altro. Quello che penso i miei lettori lo sanno, ed è una banale constatazione: la rivoluzione ha fatto un grave errore a non unirsi attorno a un solo candidato. A sommare i voti ottenuti da Hamdeen Sabbahi, Abdel Moneim Abul Futouh e Khaled Ali, e a metterci anche una parte di coloro che hanno votato per Mohammed Morsy, la rivoluzione avrebbe vinto al primo turno. Anche a non considerare i sostenitori della rivoluzione che non sono andati a votare alla presidenziali. Dopodiché, visto che sono stata attaccata da più parti – vuoi perché si dice che io sostenga la rivoluzione, vuoi perché, al contrario, si dice che non sostenga la parte giusta della rivoluzione – devo precisare un paio di punti. Il primo, il più importante: io sono un’analista, e non una militante, e questo è il mio modo per rispondere ad accuse vuoi pretestuose vuoi in perfetta buonafede, sempre comunque un po’ fastidiose, perché mettono in dubbio la mia onestà intellettuale. E io, a questo, non ci sto, visto che da oltre dieci anni me ne occupo, in loco, in Medio Oriente. Secondo punto: siccome anche gli analisti hanno un cuore, sì, è vero, il mio cuore ha battuto e batte per quello che gli egiziani hanno fatto in questo anno e mezzo, e non per un regime che ha oppresso e torturato gli egiziani. Questo non vuol dire, però, che io abbia sposato la tesi di un candidato della rivoluzione piuttosto che quella di un altro. Bisogna rimanere freddi, e non pensare che un candidato potesse rappresentare meglio di altri Tahrir. Tahrir, è un fatto, sulle presidenziali si è divisa in alcuni rivoli, sia nel sostegno ai tre candidati che meglio la rappresentavano, sia decidendo di astenersi e non andare a votare. Chi, tra giornalisti e analisti, sceglie un candidato, cade nella trappola che ha reso la rivoluzione più debole: la trappola del secular-islamist divide. Una trappola che non ha saputo giudicare la singola storia personale dei candidati, ognuno con i propri difetti e con i propri punti deboli. Una trappola che ‘Ala al Aswany aveva ben individuato in un suo recente commento, in cui chiedeva all’opposizione di non dividersi. Agli storici vengono in mente altri momenti della storia, compresa quella europea, in cui le divisioni all’interno di una rivoluzione, di un fronte popolare, di un Comitato di Liberazione Nazionale, eccetera, hanno reso più forte l’altra parte…. La trappola è sempre la stessa.

 

I consigli di lettura, su questo argomento, sono ormai tantissimi. Marina Ottaway ha scritto un’analisi, recentemente, per il Carnegie Endowment for International Peace, e anche Nathan Brown ne aveva scritto un’altra. Su Jadaliyya un bel colpo d’occhio sulla divisione del voto alle presidenziali per governatorati, tanto per rimanere sul tecnico e mettere qualche tassello in più a un’analisi meno dettata dal cuore e dalla militanza, e più dalla razionalità e dal metodo. E poi quello che ‘Ala al Aswany ha detto il giorno dopo i risultati delle presidenziali, su Shafik e su come votare al secondo turno. Da leggere anche, come consiglia il mio amico Gennaro Gervasio, un paper del Carnegie sull’agenda economica dei diversi partiti riconoscibili dentro l’islam politico. E questi consigli sono decisamente deficitari, rispetto a quanto è già stato prodotto ed è disponibile in rete.

 

Siccome, però, son tornata a Gerusalemme, qui – da parte israeliana – non si parla né di shaabi né di elezioni presidenziali egiziane. Si parla, sì, di Siria, ma in gran parte in termini geopolitici,  più che interni al dramma siriano, che ormai mi ricorda tanto la Bosnia, anche nelle immagini (da controllare, sempre, Syria Comment).  Si parla incessantemente di Iran, perché i vertici israeliani sono divisi da mesi, se non da anni, sulla risposta a Teheran. Che i vertici della sicurezza fossero contrari al raid preventivo, era chiaro da tempo. Ora, a confermare le divisioni ci sono le indiscrezioni di stampa, e Ynet fa una mappa di chi è contrario e chi no: vale la pena di saperlo. Per il resto, è una teoria infinita di pezzi di cronaca, opinioni pro e contro, notiziole più o meno propagandistiche, più o meno interessanti, più o meno informate su quello che potrebbe succedere da qui a qualche mese. Raid sì, raid no, raid forse. E ancora una volta un sapore tutto autoreferenziale, da parte israeliana. Come se fuori da i confini ambigui di Israele, tra Israele e le colonie, Israele e la Palestina, non ci fossero società complesse. Come se ai confini vi fosse un cartello per definire ciò che c’è oltre: hic sunt leones.

Sono scomparsa per qualche giorno dal blog, è vero. Ma spero di essermi fatta perdonare…

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