Dignità o vita – Palhunger

admin | May 11th, 2012 - 6:15 pm

Un digiuno deve essere lungo, tragico per diventare una notizia. È sempre stato così, in fondo. E così è anche nel caso dello sciopero della fame condotto dai detenuti palestinesi che si trovano, a migliaia, nelle carceri israeliane. Sono oltre 1600, i prigionieri in sciopero della fame, circa un terzo di quelli che si trovano nelle celle delle carceri israeliane. Alcuni di loro sono ormai in gravissime condizioni, come Bilal Diab e Thaer Halahle, entrambi militanti della Jihad islamica, la fazione palestinese che per prima alcuni mesi fa ha usato lo strumento del digiuno contro la detenzione amministrativa, il carcere preventivo senza accuse e senza processo usato da anni dalle autorità israeliane. Sono al 74esimo giorno di sciopero della fame, potrebbero morire da un momento all’altro, e c’è chi – compreso il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas – teme che la loro morte possa innescare una deriva violenta. Una nuova intifada scaturita dal più imponente utilizzo di uno strumento nonviolento.

Chissà. Non è detto che una intifada violenta scoppi. Quella che però è già scoppiata, nei rivoli di un’apatia generalizzata che comprende palestinesi e israeliani, è una intifada nonviolenta, di nicchia ma costante. Intifada nonviolenta che ha i suoi appuntamenti rituali, puntuali, a ogni venerdì, nelle manifestazioni locali contro il Muro di separazione a Bilin, Nabi Saleh, Walaje, e via elencando. Paesini sconosciuti della Cisgiordania dove da anni si svolgono dimostrazioni che mettono assieme attivisti palestinesi, israeliani, internazionali. Una piccola comunità che usa la nonviolenza. Ora, con lo sciopero della fame di 1600 detenuti palestinesi, anche le manifestazioni sono diventate – per quanto possibile – più visibili. O meno invisibili.

 

Se n’è accorta anche la CNN, che con l’anchorwoman più importante, Christiane Amanpour, ha cominciato a parlare della nonviolenza in Medio Oriente. A scatenare l’interesse di una stampa altrettanto apatica, è stato appunto il digiuno di massa dei detenuti palestinesi, che oggi hanno fatto circolare una lettera in cui dicono che non intendono recedere. O si vive con dignità, oppure si muore, sostengono.

Non è la prima volta che i detenuti palestinesi, in gran parte detenuti politici, premono sulla politica palestinese che sta al di fuori delle celle. Era giù successo, ad esempio, con il dirompente documento per la riconciliazione nazionale firmato da tutte e quattro le principali fazioni (Fatah, Hamas, Fronte Popolare, Jihad islamica) nella primavera del 2006, con il quale i prigionieri dettarono a Hamas e Fatah la linea da tenere. E Hamas e Fatah dovettero, in gran parte controvoglia, cedere al Documento, salvo poi disattenderlo con la palude della riconciliazione nazionale. Una riconciliazione ancora da realizzare in pratica, nonostante entrambe le fazioni sostengano il loro impegno a raggiungerla, e a chiudere il capitolo della frattura – anche geografica – tra Cisgiordania e Gaza.

I detenuti palestinesi, dunque, non stanno solo premendo sulla comunità internazionale con uno sciopero della fame silenzioso che solo ora, dopo quasi un mese di digiuno continuo, ha cominciato a fare notizia. Premono anche sulla politica palestinese, soprattutto indicando un nuovo metodo, e cioè l’uso di strumenti nonviolenti nei confronti degli israeliani. La battaglia degli stomaci vuoti, l’intifada del cucchiaio, la lotta per la dignità, Gandhi in Palestina: potete chiamarlo come preferite, ma il digiuno politico in corso segna una discontinuità che va seguita con attenzione. E che costringerà a vedere anche altro, non solo lo scandalo di una carcerazione usata anche (se non spesso) per ragioni politiche dalle autorità israeliane. La discontinuità segna anche un passaggio da un confronto violento verso gli israeliani a un confronto nonviolento che non è solo un cambio di metodo, ma anche di contenuto.

Chi manifesta a Bilin o a Nabi Saleh, chi digiuna a Ketziot o nel carcere di Hadarim dice anche che il processo di Oslo è finito, e che bisogna trovare soluzioni reali a una situazione in cui la ‘soluzione dei due Stati’ non è più realizzabile sul terreno, tra Muro e colonie. Come uscire dall’impasse? Qual è una soluzione giusta per israeliani e palestinesi? È la domanda che arriva da qui, dalla parte che oggi è diventata periferia del Medio Oriente.

Qualche ulteriore link. A Famiglia Cristiana (online) e al blog di Riccardo Noury di Amnesty su corriere.it

Su twitter lo hashtag per seguire il digiuno è sempre lo stesso: #PalHunger. E da twitter ho preso anche uno degli ultimi disegni di Carlos Latuff, mentre su Facebook ho trovato la foto dell’arresto da parte dei soldati israeliani di un ragazzino palestinese, oggi a Hebron, proprio durante la manifestazione di sostegno ai detenuti palestinesi che digiunano.

 

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