Go, (Arab) Woman, go

admin | April 26th, 2012 - 3:22 pm

 

Ben vengano le discussioni, e pure le litigate. Ben vengano critiche, provocazioni, e pure qualche accusa sul tipo “ma tu, sinora, dov’eri mentre noi scrivevamo libri, rapporti, saggi?”. Dopo un pensa che ti ripensa, sono arrivata alla banale conclusione che il lungo articolo di Mona el Tahawy -  pubblicato sul Foreign Policy - sulla condizione delle donne nel mondo arabo sia più che salutare. Necessario, direi. Non perché io sia d’accordo su tutto ciò che una delle più interessanti (e giovani) intellettuali arabe dice in un articolo che è – chiaramente – un j’accuse, una provocazione, un sasso lanciato in uno stagno veramente fermo. Anzi. Non sono d’accordo su molto di quello che lei ha scritto, e soprattutto non sono d’accordo sul fare della discriminazione della donna nel mondo arabo una questione religiosa. Semmai, come sempre, è una questione politica, di potere, di gestione delle tradizioni e della cultura. E noi in Italia lo sappiamo bene.

È che lo schiaffo assestato da Mona el Tahawy con quell’articolo il cui titolo è tutto un programma (“Why Do They Hate Us?) ha finalmente costretto molte donne arabe a parlare, e a mettere nero su bianco (virtuale) una discussione che rischiava l’intellettualismo. Tutta, o in gran parte, interna al mondo delle studiose di genere, alle associazioni, ai circoli dell’intellighentsjia di ogni singolo paese arabo nel mezzo della rivoluzione oppure en train de.

All’inizio, a dire il vero, ci ero cascata anch’io, nel vizio dell’intellettualismo. La mia prima reazione alla lettura dell’articolo di Mona el Tahawy è stata “Ancora? Ma che dibattito vecchio e stantio… Ma lo sappiamo già!”. Il rapporto distorto di molti maschi arabi con il sesso (ma, e da noi? Tutto risolto?). La discriminazione sul piano legale, tra diritto di famiglia e conquiste disattese, tra una emancipazione spesso viziata da occidentalismo e la marcia indietro inserita dai salafiti. Le mutilazioni genitali femminili, una battaglia ancora da vincere. I matrimoni delle adolescenti o delle quasi-bambine. La presenza in politica (ma da noi? Tutto risolto?). L’immagine distorta della donna, tra imene e velo (ma, Mona, è le fotografie che illustrano il tuo articolo? Non sono figlie dello stereotipo orientalista? Non gridano vendetta? Non è l’ennesima stantia riproposizione del duo odalisca-velata). Tutto vero, lo sappiamo e lo sapevamo già. Anni di studi nei sempre più folti dipartimenti accademici di studi di genere sintetizzati, per esempio, in quel bel rapporto sullo sviluppo nel mondo arabo dell’UNDP  (AHDR numero 3, con un team guidato praticamente da una delle intellettuali più acute, Islah Jad) dedicato alle donne. Decine e centinaia di libri, saggi, in gran parte veramente belli, sulle donne nei singoli paesi arabi e nella contemporaneità, tra politologia, sociologia, storia, studi di genere. Il problema è che tutto questo sapere, tutto questo studio della complessità non ha poi avuto la capacità di riversarsi nel mainstream, persino in quello più accessibile com’è l’opinione pubblica media virtuale (qualunque cosa ‘opinione pubblica media’ possa significare).

Le ragioni di questa  chiusura nella torre d’avorio sono tante. Ne cito solo una, quella che ritengo la più importante. Lo spazio di discussione sulle donne arabe – tra le donne arabe – è stato catturato e tenuto ostaggio, sui media occidentali, da quel piccolo pugno di donne (arabe e non solo) che all’Occidente hanno fatto comodo per descrivere la regione come retrograda e oscurantista, servendosi di un pezzo di stoffa chiamato velo, hijab, niqab, burka, chador. A loro, a questo gruppo di donne, è stata data la palma di descrivere (a loro  modo) tutte le altre, privando le altre di un palcoscenico mediatico necessario per rendere più digeribile un dibattito che ha nella complessità – ancora una volta – la sua cifra, il suo significato. Cos’è successo, allora, in soldoni? Che le altre, e soprattutto le intellettuali più raffinate, si sono in un certo senso ritirate in buon ordine, ‘aiutate’ in questo da un mondo – quello dei media occidentali’ – che da un pezzo ha rinunciato all’analisi complessa, e si è affidato ancora una volta a chi dipingeva stereotipi, e non realtà.

Le intellettuali arabe, bravi, competenti, forti, hanno continuato a lottare a loro modo, tra studi e associazionismo. E le altre hanno avuto il palcoscenico. Una descrizione grossolana, certo, ma è di quelle che servono a sintetizzare lo stato dell’arte, da oltre un decennio. Mona el Tahawy, che è invece la rappresentante di un nuovo tipo di intellettuale araba, giovane, attivista, articolata ma non snob, ha spezzato il cerchio. Ha usato quello strano mainstream che la Rete ha creato per scompaginare le carte. E dire a tutte: ora basta, parliamone. Ora basta, di discutere tra di noi per evitare di ricadere nel clichè dell’islamofobia. Ora basta, di fare troppi distinguo per evitare di essere considerate al servizio di un Occidente retrivo. E io sono con lei, pur non essendo araba ma vivendo in questa regione da oltre dieci anni.

C’è bisogno di uscire allo scoperto, e c’è bisogno che le teste pensanti – dalla Palestina all’Egitto, ai dipartimenti di studi di genere negli States, pieni zeppi di intellettuali arabe di tutto rispetto – scendano in campo e dicano la loro. E lo dicano a noi donne occidentali, agli uomini arabi e agli uomini occidentali (che in buona parte gestiscono l’informazione, dalle nostre parti, ai livelli alti). La provocazione di Mona el Tahawy è stata talmente giusta, che la discussione è già iniziata, e a scendere in campo sono proprio quelle che di voce, in questi anni, non ne hanno avuta tanta. Quelle che pensano complesso, che si sono sentite chiamate in causa. Le intellettuali di una certa età, e soprattutto la folta pattuglia delle rivoluzionarie, delle giovani donne arabe che il Secondo Risveglio arabo ha fatto emergere e che ora stanno inondando twitter di parole dure contro Mona el Tahawy. Viviana Mazza, sul Corriere online, sintetizza bene un dibattito che è appena cominciato. E che, questo sì, si annuncia molto interessante.

Di questo dibattito complesso, sui nostri lidi, fa parte a pieno titolo il libro appena uscito di Francesca Caferri, Il Paradiso ai piedi delle donne, pubblicato da Mondadori. Un libro da mettere accanto a quelli di Renata Pepicelli, che finalmente trattano velo, islam politico, femminismo islamista con la dovuta esperienza e complessità.

L’ultimo appunto, necessario perché riguarda l’informazione occidentale, è lo scandalo di quelle fotografie che corredano l’articolo di Mona el Tahawy su Foreign Policy. Quanto di peggio l’orientalismo contemporaneo più becero possa aver partorito. Ecco, su quello mi aspetterei una parola da parte di Mona el Tahawy. E mi aspetterei, dalle donne occidentali, europee, americane, che evitino di fare lezioni alle altre, riflettendo – invece – su come stiamo noi. Non troppo bene, mi sembra.

 A questo punto ci vuole, nella playlist di oggi, Fiorella Mannoia. Sally.

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5 Responses to “Go, (Arab) Woman, go”

  1. kamilah says:

    Carissima Paola!

    che piacere leggere questo articolo. Io ho detto la mia nel mio piccolissimo blog.
    http://nomadenelmondo.blogspot.co.uk/2012/04/ma-ci-sono-o-ci-fanno.html

    Un abbraccione da Londra, ma passi mai a fare una bella lecture?
    Kamilah

  2. Gerarda Ventura says:

    Cara Paola, grazie della segnalazione. Forse per il mio incerto inglese, ma non mi è sembrato che Mona limitasse alla religione i problemi delle donne. Mi interesserebbe molto sapere su cosa e perchè non sei daccordo.

  3. [...] di numero di battute. Mi sono avvicinata a quello che Paola Caridi (giornalista e storica) definisce un j’accuse, una provocazione, un sasso lanciato in uno stagno veramente fermo, col pensiero della [...]

  4. Jasmine says:

    Grazie Paola, ottima analisi.

  5. Estella Carpi says:

    Cara Paola, grazie per il commento, mi ha permesso di ragionare piu’ approfonditamente sull’ “episodio”. Son d’accordo col tuo “non esser d’accordo” sulle stigmatizzazioni che Mona el Tahawy, volenti o nolenti, rinvigorisce tristemente (creder che il “male” regnante nell’universo femminile del mondo arabo sia solo arabo, o cmq sito negli individui e non nelle condizioni sociali e su come queste siano state portate avanti dagli uomini nei secoli; il concepire quindi l’Islam o l’Arabita’ come eternamente in difetto ed omogenea e quindi coerente rispetto ad altre ideologie, e quindi viziata ancora di piu’ quando differisce dal mainstream, come se si trattasse di fondamentalismi netti e non individui che si muovono e differiscono come in qualsiasi altro contesto umano). Non mi trovo d’accordo invece sul fatto che perlomeno la provocazione ha “mondializzato” e reso terra-terra un argomento urgente e ignorato che rischiava l’intellettualismo. Innanzitutto e’ grave, anche a livello pragmatico, metterla sul piano dell’ODIO, poiche’ i lettori e l’opinione pubblica non ha necessariamente preso lezioni di psicologia cognitiva per capire che questa sorta di fenomeno psico-sociale prodotto dalla necessita’ del virile nella societa’ odierna non possa in realta’ essere classificato come ODIO. Getta in pasto invece una questione di estrema delicatezza e che implora attenzione anche verbale a una massa di donne giustamente inviperite (io stessa nel Cairo 2009 e 2010), con molteplici elementi arabofobici al suo interno. Questo disturba in gran misura le possibilita’ sociali ed intellettuali di un paese in pocesso di ricostruzione post-rivoluzionaria (e qui intendo all’attivismo e all’efficacia dell’azione delle masse, bando alla problematicita’ del termine “rivoluzione” che tutti i politologi si son affrettati a specificare). Trovo che i de-intellettualismi siano i benvenuti solo qualora non nutrano deviazioni interpretative da parte della gente estranea ai sofismi. Tutto questo mi ricorda Roy Bhaskar, quando parla di “peccato strutturale”, cioe’ bisognerebbe guardare alle condizioni in cui queste bassezze umane prendon piede che attribuire letture e percezioni meramente emotive a degli INDIVIDUI, tra l’altro indiscriminatamente. So che su quest’ultimo punto saresti d’accordo, ma non concederei invece alla responsabilita’ di una giornalista come el Tahawy – perlopiu’ che puo’ vantare l’autoctonia – il privilegio della de-intellettualizzazione, se resa in questi termini. Grazie per aver aperto il dialogo ulteriormente su questo!

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