L’altro giorno ho incontrato un angelo. Veramente ne ho incontrati due, nello stesso giorno. Una donna, una hostess. E un uomo, un ferroviere. L’angelo-donna – credo si chiamasse Eileen – era una di quelle ragazzone americane dallo sguardo aperto, gioviale, ridanciano. Abbiamo cominciato a scambiarci una serie di battute a ritmo serrato, e per una volta tanto ho incontrato qualcuno, negli States, con il mio stesso tipo di ironia. Una benedizione, dopo una giornata piena, e un aereo in clamoroso ritardo…
È stato il secondo angelo, il ferroviere, a farmi concludere la giornata in un modo che non avrei immaginato. Da solita turista-fai-da-te, avevo cercato di mimetizzarmi con l’americano medio, avevo comprato il biglietto necessario per il treno dall’aeroporto a Manhattan, usato la carta di credito come facevano tutti gli altri. Ero tutto sommato soddisfatta: sembravo un’americana semi-disfatta dopo un volo serale, a fine giornata. Poi, però, ho scoperto che quello che avevo preso non era il biglietto del treno, ma solo la ricevuta del pagamento.
Sono salita sul treno sconfortata. Più per l’incapacità di mimetizzarmi e di attenermi alle regole di un paese che, rispetto a 25 anni fa, alla mia ultima visita, sembra aver fatto delle regole il suo mito e il suo totem. Era, in sostanza, un micro fallimento.
Poi è arrivato il ferroviere a controllare il biglietto. Un omino basso, magro, di mezza età, e con un gran paio di baffi neri. Lo stereotipo dell’italo-americano di terza o quarta generazione. Gli ho spiegato che mi ero sbagliata, che avevo solo la ricevuta del pagamento, ma che su quel pezzetto di carta c’era il mio nome. Ed ero dunque facilmente identificabile. Potevo, se avesse voluto, mostrargli anche il mio passaporto.
Il ferroviere mi ha guardato. E ha ripetuto quello che gli avevo detto. “E così si è dimenticata di ritirare il biglietto dalla macchinetta… ma si è dimenticata anche lo SMILE”. Lo smile? Ho cominciato a pensare a una strana sigla di cui non conoscevo il significato. Tipo Safety MILE Exhibition… o altri improbabili acronimi. Lui mi ha guardato, e mi ha chiesto “Sa cos’è uno smile, vero?”. Ho sorriso, finalmente. E lui: “Ah, eccolo, non lo aveva perso”. E mi ha timbrato la ricevuta con una certa qual soddisfazione.
Morale della storiella: questo è uno strano viaggio, stracolmo di regali inattesi.
Playlist? Ah, ho un debito da pagare a Maurizio: ma di Lou Reed preferisco Perfect Day.
La foto, indegnamente scattata da me: tramonto a Chelsea Pier. Commovente.
forse se abbandoni un po’ di pregiudizi sugli stati uniti, che sono abitati da esseri umani – più o meno come tutti gli altri paesi – ne incontrerai anche più di due, di angeli