E vai. Ancora una volta è il velo al centro dei nostri pensieri di italiani. Certo, non abbiamo altro a cui pensare. Anzi, per la precisione, voi italiani che vivete in Italia (io, all’estero, sono meno colpita dal caroprezzi) non avete altre preoccupazioni quotidiane. E dunque, per ingannare il tempo, cosa fare se non pensare al velo che le donne arabo-musulmane (ma non solo quelle) indossano? Il caso, noto, è quello di Ca’ Rezzonico, a Venezia, dove a una donna con niqab – velo che copre il volto – è stato negato l’accesso. Per questioni di sicurezza. Secondo me, legittime, che bastava forse risolvere nel modo in cui vengono risolte, per esempio, all’aeroporto di Amman, e in tutti gli altri aeroporti arabi: con il buonsenso. Se una donna ritiene di non potersi scoprire il volto per questioni religiose di fronte ad altri uomini che non siano suo marito e i membri della sua famiglia, basta chiedere a un’altra donna di verificare che la sicurezza non sia lesa dalla presenza di una donna velata col niqab. Luogo appartato, lontano da occhi (maschili) indiscreti, e la donna addetta alla sicurezza può fare il suo lavoro. Devo dire che, da donna occidentale aperta e femminista, l’idea di essere palpata da un uomo all’aeroporto, per questioni di sicurezza, non mi fa per niente piacere.
Ovviamente, com’è ormai da anni, la storia di Ca’ Rezzonico è diventata un modo per dare addosso all’arabo-musulmano di turno. Esempio classico: l’articolo pubblicato dal Giornale. Pieno, a prima vista, di legalismo e buoni sentimenti (tutti diretti, certo, all’impiegato del museo). Mi viene un dubbio: se, cioè, il vero problema non sia proprio in quella visita. Una famigliola arabo-musulmana non sbarca a Lampedusa, non “invade” un marciapiede a viale Jenner per pregare (a proposito, ma i mercatini rionali non “invadono” settimanalmente strade e marciapiedi?), non è esempio preclaro di degrado morale per violenze domestiche. Anzi, paga il biglietto ed è in regola per andare a visitare un museo, e non dei più noti di Venezia e d’Italia. Il che vuol dire che è istruita, che magari fa parte di una middle class piccola e misconociuta dai nostri media, e che conosce la nostra civiltà, alla cui costruzione – molti secoli fa – ha pure partecipato. E poi Venezia è per gli arabi un luogo ben conosciuto, con un suo nome ben preciso, Bundukiyya, perché i veneziani, a loro volta, gli arabi li conoscevano e con gli arabi non solo lottavano ma facevano affari.
Ultimo, banale appunto sulla storia di Ca’ Rezzonico: questo è solo il figlio avvelenato del tam tam mediatico che ormai da anni si occupa di arabi, e soprattutto musulmani, in maniere che – se fossero usate verso gli italiani o verso gli europei ‘bianchi’ – sarebbero considerate discriminatorie. Se non – in molti casi – razziste.
I valori, in Italia, sono diventati una coperta troppo stretta che non può coprire tutti. E che ognuno tira a suo piacimento. Nessuno, in Italia, si è posto il problema di come andassero vestite le donne in Oman, quando il sultano Qabus è venuto a farci visita. Ma già, il sultano Qabus portava investimenti, forse ricchezza, dei suoi Rolex in regalo abbiano saputo tutto, perché siamo un paese che non sa più a che santo votarsi. In quel caso, delle donne (velate) dell’Oman non occorreva occuparsi. Meglio dare addosso a un singolo, a una famigliola. Per non vedere i tanti veli che coprono le nostre vite. E anche i veli che coprono i nostri volti di donne occidentali: labbra gonfiate, zigomi rifatti, nasino all’insù, sorriso di cartapesta. Meglio di un niqab, certo. Ma quello stampino da chirurgia estetica, che rende tutte uguali, è tanto serializzato quanto un pezzo di stoffa nera. E non c’è neanche un afflato religioso che lo giustifichi.