Al Jazeera International continua a coprire la caduta di Tripoli in modo estremamente professionale. inviati sul campo, riflessioni di analisti, etc etc. Come la tv italiana, suppergiù. Eppure, la Libia ci dovrebbe interessare, visto il nostro passato mai risolto, mai affrontato, mai smontato e ricostruito. Oggi – lo ammetto – non riesco a essere molto buonista. E allora è meglio che, invece di dire la mia, consigli qualche spunto di riflessione scritto da altri. Multilingue, è vero, ma Google traduttore può aiutare chi ne ha bisogno.
§ La domanda, da ore (ma direi da mesi), è se l’opposizione libica a Gheddafi saprà governare il paese. L’incubo islamista è già stato messo davanti a tutti, dai soliti soloni che per anni, di Gheddafi, del suo regime, dei suoi misfatti, non si sono occupati. Tant’è. Per leggere qualcosa di molto più interessante, basta collegarsi con arabist, e scorrere le domande che si pone Steve Negus (che di Medio Oriente ci capisce molto). Per chi conosce il tedesco, c’è un’analisi del SWP di Berlino, centro studi tra i più qualificati d’Europa, che mette in guardia proprio dal voler influenzare troppo i libici: la transizione dev’essere libera, autonoma, fuori dalle nostre griglie.
§ E’ la rivoluzione, bellezza, e non ci puoi far niente. Il Secondo Risveglio Arabo è in atto, e non si può tornare indietro. Non ce lo dice solo quello che sta succedendo a Tripoli (con tutte le profondissime contraddizioni del caso libico e dell’intervento occidentale). Ce lo dice soprattutto la pubblicità, che delle rivoluzioni si è già appropriata, come spiega Yves Gonzales Quijiano nel suo splendido blog. Che il business si fosse accorto della portata epocale del 25 gennaio al Cairo, per esempio, era evidente nella cartellonistica pubblicitaria nell’asse viario che conduce al Nilo e a downtown, dalla periferia. Cartellonistica sostituita in un batterbaleno, tutta rigorosamente in nero, rosso e bianco, il tricolore egiziano…
§ E che le equazioni son cambiate, lo si vede anche da quello che alcuni opinionisti israeliani dicono in queste ore. Anche prima della caduta di Tripoli. Un esempio? Hanoch Daum, opinionista non certo di sinistra di Yediot Ahronot, che oggi sconsiglia caldamente un intervento militare di terra su Gaza, per evitare che gli arabi si compattino proprio sul destino della Striscia.
the last thing Israel needs at this time is to enable the whole Arab world to unite. The last thing Israel needs now is to allow the Arab world to divert the discussion away from Syrian President Bashar Assad’s despicable acts against his own countrymen and direct it at IDF troops operating in Gaza.Arab citizens in the region are rising up and seeking freedom, and we should allow this process to continue. A ground operation in Gaza at this time will also infuriate Egypt, bury the remaining chances of securing Gilad Shalit’s release and provoke global criticism at a highly sensitive junction – September, ahead of the expected Palestinian declaration of independence and UN vote.
Per essere agosto, il potpourri è fin troppo affollato. E quindi mi fermo. La foto è dei tempi in cui eravamo noi i colonizzatori in Libia, scattata dal nonno di uno dei miei più cari amici.
un’interessante intervista su TED a Wadah Khanfar, Direttore Generale di Al Jazeera, sul network arabo e il suo ruolo in questi tempi di eventi storici:
http://www.frontlineclub.com/blogs/theforum/2011/03/the-age-of-the-inexpert-and-the-unexpected.html