Brucia la sede del partito dei Mubarak, di Hosni ma anche di Gamal. Brucia la sede dello NDP, il partito che ha tenuto il potere in Egitto. Uno dei palazzi simbolo. Forse il palazzo simbolo. Brucia il palazzo dello NDP, di fronte alle finestre della redazione di Al Jazeera, strategicamente aperte a piazza Abdel Moneim Riad. Esattamente dall’altra parte del Museo Egizio. Lo stesso palazzo in cui, per anni, tre piani sopra Al Jazeera, c’era la redazione della Rai.
Finestre aperte sulla rivoluzione. Finestre aperte, tra l’Egitto e il mondo che guarda, attonito, una rivoluzione veloce. L’Egitto, il popolo, le persone normali, tutte le categorie della società egiziana, smettono di avere paura, scendono per strada, sfidano i poliziotti (figli del popolo anche loro) e soprattutto sfidano i beltagi, gli agenti in borghese che hanno picchiato selvaggiamente, non solo ieri, non solo l’altro ieri, ma per anni.
Il palazzo dello NDP brucia come un cerino. Accanto al Museo Egizio, che rischia di incendiarsi. Brucia come un cerino, accanto al Nile Hilton, che ha ospitato per decenni turisti con gli occhi alle piramidi, e poco alla povera gente che li serviva. Brucia come un cerino, alle spalle dell’elegante palazzo della Lega Araba, chiusa perché era venerdì. Venerdì 28 gennaio 2011. Il giorno della terza rivoluzione egiziana. Sale il fumo nero, mentre dietro i profili dei grandi alberghi sembrano scheletri illuminati. Il Cairo è cambiato.
L’immagine che dice molto, assieme a quello del palazzo dello NDP che è ormai una torcia, è quello dei camion, dei cellulari pieni di poliziotti che abbandonano Piazza Tahrir, verso il Ponte 6 Ottobre. Un convoglio lunghissimo di camion, il potere armato che abbandona un altro dei luoghi simbolo del potere burocratico, politico, come il ministero dell’interno. Al posto della polizia, appaiono i cingolati e i carriarmati delle forze armate egiziane. La gente li saluta, sale sui cingolati, sventola le bandiere egiziane. E poi saccheggia i palazzi del potere. Porta via di tutto.
Mentre il palazzo dello NDP brucia, mentre i cingolati scendono per le strade del Cairo e di Suez. Mentre Alessandria guarda i fumi che salgono dagli incendi nella città che ha visto, dicono le notizie, la più imponente manifestazione. Mentre Cairo e il paese cambiano, Hosni Mubarak appare alla tv di Stato, parla al popolo egiziano, dice che conosce i problemi della gente, la povertà, la disoccupazione, la corruzione [sic]. Dice che le manifestazioni ci sono state, venerdì, perché vi è libertà di espressione [sic]. E allora, la ricetta del presidente Hosni Mubarak è semplice [sic]: ha chiesto e ottenuto le dimissioni del governo, ed entro domani ne designerà un altro, di governo. La gente, dice Al Jazeera, urla nello stesso momento “Down with Mubarak”. Non un cenno alla responsabilità personale, nel discorso di Mubarak. Non un accenno allo stato d’emergenza che viene rinnovato di anno in anno da 29 anni come una cambiale.
Un abisso, tra il presidente e la gente. Come se non avesse visto le immagini. Da Washington, pur balbettando, pur dimenticando la responsabilità degli USA nel sostegno a un autocrate, l’amministrazione Obama aveva chiesto di ascoltare la gente. Cosa questo possa significare, è ancora difficile da dire. Lunga la notte, e lunga la giornata di domani. Con una sensazione, la stessa che ho da quattro giorni. Quando una rivoluzione comincia, non la si può fermare. E’ lì. E non si può tornare indietro.
Buona notte. Buona notte, Egitto. Che la notte ti protegga. E che il risveglio ti sia dolce.
Foto sotto Creative Commons.
i giovanni egiziani non mollati non fati compromessi con il regime dittatoriale non arretrati un millimetro la vostra rivoluzione storica vincerà e la tenebra che avvolgeva l’Egitto scomparirà per sempre viva l’Egitto libera viva l’Egitto dignitosa e superbia.