La carica dei 101 (e altro)

admin | December 17th, 2010 - 12:05 pm

Le 431 pagine del libro completo saranno disponibili al grande pubblico solo domenica prossima, ma le anticipazioni bastano e avanzano per capire la portata del rapporto che Breaking the Silence ha reso pubblico. 101 testimonianze di soldati (inquadrati in diverse strutture militari, dai soldati semplici a gradi più alti) israeliani, che raccontano dieci anni di occupazione dei Territori Palestinesi, sia Cisgiordania sia Gaza. Dieci anni importanti, dal 2000 al 2010, da Camp David all’Operazione Piombo Fuso, passando per gli anni tragici della seconda intifada. E’ un quadro interessante, per usare un eufemismo. Uno sguardo dall’interno del mondo militare israeliano, e un ancora più interessante sguardo dall’interno della gioventù israeliana. Oltre gli stereotipi, gli slogan sulla percezione della paura, le analisi tagliate con l’accetta. Qui sono i giovani israeliani a parlare, a dire quello che hanno visto, e soprattutto quello che  hanno fatto e ordinato di fare.

Breaking the Silence è una organizzazione nata nel 2004 da un gruppo di giovanissimi soldati che aveva fatto il servizio militare obbligatorio a Hebron e con un sorprendente coraggio aveva deciso di rendere pubblico quello che, durante la leva, era successo. La mostra organizzata a Tel Aviv – allora – suscitò polemiche forti, e anche la reazione delle forze armate. Da allora, Breaking the Silence - formata unicamente da ex militari – continua a mostrare alla società israeliana quello che succede in territorio palestinese. Le testimonianze raccolte dopo l’Operazione Piombo Fuso furono molto importanti per gettare una luce sul comportamento degli ufficiali durante l’attacco a Gaza, e sul tipo di ordini impartiti.

Dana Golan, Executive Director of Breaking the Silence: “For six years, Breaking the Silence has collected testimonies from more than 700 soldiers, both men and women, who have served in the Occupied Territories. This comprehensive cache of information enables a sharper understanding of IDF policy in the Territories, most of which is hidden from the Israeli public. Examination of the last decade of Israeli presence in the Territories demonstrates the moral deterioration of Israeli society as a whole – not just that of its actors on the ground, the soldiers. We hope that the book ‘Occupation of the Territories – Israeli Soldier Testimonies 2000-2010′ will stimulate a frank public debate on the moral price of ongoing control of another people.”

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* – C’è altro, oltre al libro di Breaking the Silence. Ci sono per esempio novità sulla questione del riconoscimento dello Stato di Palestina. Lungi dall’essere un’idea confinata solo all’Autorità Nazionale Palestinese o a qualche stato (pur importante) latino-americano, il riconoscimento prende piede. E la conferma arriva da un atto, e cioè la – per così dire – promozione della presenza palestinese a Oslo da ‘delegazione generale’ a ‘delegazione diplomatica’, un upgrade deciso guarda caso dalla Norvegia, che va nella direzione del riconoscimento dello Stato di Palestina. L’altro atto è un gesto eclatante contro il riconoscimento, deciso in questo caso dal Congresso statunitense, che ha votato una risoluzione nella quale si dice che gli USA dovranno porre il veto all’Onu nel caso di chiedesse il riconocimento della Palestina senza il previo assenso di Israele. E’ un voto che blinda Obama, ma che dice anche quanto sia Israele sia i circoli politici americani più vicini a Tel Aviv siano preoccupati all’idea che la Palestina, unilateralmente e rapidamente, possa diventare uno Stato a tutti gli effetti sui confini del 1967.

* – Mi corre anche l’obbligo – perché mi sono dimenticata di farlo prima – di segnalare che da ben due mesi e mezzo non c’è collegamento internet (e telefonico) in una buona parte del quartiere palestinese di Beit Hanina, a Gerusalemme. Raccolgo la testimonianza diretta degli abitanti, in questo caso, che protestano da settimane. Quartiere piccolo e medio borghese, a due passi dal Muro di separazione e dal checkpoint di Qalandia, Bet Hanina è anche interessato dal treno leggero che molto di corsa si sta finendo di allestire a Gerusalemme. Treno leggero contestato dall’ANP e da buona parte dell’intellighentsjia palestinese (ma non da tutta) perché unisce le colonie israeliane di Gerusalemme est al centro della città e alla sua periferia occidentale, rendendo dunque impossibile la divisione di Gerusalemme in capitale per i due Stati, israeliano e palestinese. Ebbene, nei lavori dovrebbe essere stato rotto un cavo. Non si riesce ad aggiustarlo da oltre due mesi… Sembra impossibile, nel paese considerato estremamente avanzato dal punto di vista tecnologico.

* – E infine una buona notizia. La mia amica Joharah Baker, più volte citata in questo blog per i suoi articoli intelligenti, acuti, e anche severi, ha vinto un premio giornalistico importante, da queste parti, lo Eliav-Sartawi Award for Middle East Journalism, edizione 2010, per un articolo del 2009 in cui descriveva la sua conversazione con un tassista israeliano di Gerusalemme, su Gerusalemme, sull’esercito, sulla situazione. Un articolo comparso con un titolo perfetto: Familiar Enemies. Jorahah se lo merita, il premio. Mabourk, ya Jo!

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