Go! Rachel Corrie, go!

admin | June 5th, 2010 - 9:44 am

E’ il grido virtuale che emerge da twitter in queste ore. Anzi, da ieri. Un tam tam sommesso ma costante, continuo, tanto da aver trasformato #rachelcorrie in uno degli hashtag (le parole chiave, insomma) più usate sulla messaggeria via internet. L’attivismo si fa anche così, dovrebbe  essere l’immediata risposta. E’ vero, ma non solo. Quel grido, Go! Rachel Corrie, go! – indirizzato alla nave intercettata all’alba in acque internazionali (ancora…) dalla marina militare isreliana mentre era in rotta verso il porto di Gaza City – diche anche che la storia della Freedom Flotilla non si è chiusa. Non si è chiusa con i morti e i feriti (a proposito, sul Guardian c’è un articolo che parla dei risultati delle autopsie sui nove morti: 30 proiettili per ucciderli).  Non si è chiusa con gli attivisti rispediti indietro nel tempo record di 24 ore, e le frasi pronunciate ieri da Recep Tayyep Erdogan lo confermano. Non si è chiusa con il sostegno totale del governo alla decisione di aver mandato le unità speciali ad assalire la Mavi Marmara, e la dichiarazione di questa notte della Casa Bianca fa intuire il rovello in cui è immersa l’amministrazione Obama, che ha ereditato la politica di George W. Bush sull’isolamento di Hamas, e ora si ritrova a dover gestire un cambiamento difficile: la rottura dell’embargo attorno a Gaza.

“We are working urgently with Israel, the Palestinian Authority, and other international partners to develop new procedures for delivering more goods and assistance to Gaza,” said Mike Hammer, spokesman for the White House National Security Council.

The current arrangements are unsustainable and must be changed. For now, we call on all parties to join us in encouraging responsible decisions by all sides to avoid any unnecessary confrontations,” Hammer said in a statement.

Dal punto di vista mediatico, ma soprattutto politico, gli attivisti che si battono per la rottura dell’assedio attorno a Gaza hanno già vinto. Gaza è tornata sul tavolo della comunità internazionale. Con la Freedom Flotilla, con la gestione israeliana del confronto con gli attivisti e soprattutto con la Turchia. E con la reazione per niente spaventata di una piccola nave che porta, non a caso, il nome di una ragazza americana di 23 anni, uccisa da un bulldozer dell’esercito israeliano proprio a Gaza – era la primavera del 2003 – per opporsi alla demolizione di una casa. Quel Go! Rachel Corrie, go! è già la descrizione del mondo dell’attivismo, delle azioni nonviolente, di una capacità di far politica internazionale che gli Stati non sanno affrontare. Ma è anche un grido lanciato verso Israele, e dentro Israele c’è qualcuno che lo raccoglie.

Che il dibattito interno a Israele si sia fatto più complicato, e da prima che la Freedom Flotilla arrivasse a mostrare quello che già stava succedendo dall’Operazione Piombo Fuso, lo si sa. Per chi vuole approfondire l’argomento, che diventerà sempre più importante nei prossimi, c’è un commento oggi di Yossi Sarid su Haaretz. Spiega la durezza del dibattito e dello scontro interno alle diverse anime del paese. Parla dell’attacco a chi non la pensa come la destra del paese.

It is merely a matter of time until they reach me too, and you as well. But by that time, there will no longer be anyone here who can speak out on my behalf or yours.

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