Legami che uniscono è la traduzione letterale del titolo di un articolo in prima pagina sul Jerusalem Post di oggi. I legami che uniscono sono quelli, secondo il giornale conservatore israeliano, determinati dall’inserimento della Tomba dei Patriarchi a Hebron e della Tomba di Rachele a Betlemme nella lista dei 150 siti dell’identità nazionale israeliana. Una lista, a ora, da 400 milioni di shekel di investimenti, con opere di restauro e quant’altro. L’inserimento, però, di due siti nel cuore della Cisgiordania, della Palestina, nella lista dei luoghi della memoria di Israele ha già cominciato a creare polemiche, critiche e scontri. Come, d’altro canto, era facile immaginarsi. Stamattina sono stati lanciati sassi contro i soldati israeliani nella città vecchia di Hebron, la palestinese Al Khalil, una città vecchia da anni spettrale, con i negozi chiusi per la pesenza di qualche centinaio di coloni israeliani radicali nel centro storico, in cui la libertà di movimento è rotta dai checkpoint attorno alla Tomba dei Patriarchi (la foto è di Luca Sola).La questione dell’eredità culturale e religiosa, del patrimonio nazionale, ha le sue forti nuance politiche anche oggi, dentro Gerusalemme. Ne è dimostrazione la questione rovente di Silwan e della Città di David, ai piedi delle possenti Mura di Solimano il Magnifico, proprio sotto la Moschea di Al Aqsa. Per chi vuole saperne di più, alcuni mesi fa l’associazione israeliana Ir Amin ha reso pubblico alcuni mesi fa un rapporto dettagliato sia sulla politica delle associazioni radicali dei coloni, sia sugli atti del governo e sulla sovrintendenza archeologica israeliana.
Poco, infatti, si curano le sensibilità di tutti coloro che in questo posto vivono. Un esempio è quello che da anni sta succedendo attorno al cimitero musulmano di Mamilla, sulle cui tombe il centro Simon Wiesenthal sta costruendo un Museo della Tolleranza dal 2005. Le famiglia palestinesi di Gerusalemme est che hanno i loro cari sepolti nel cimitero hanno protestato anche recentemente, coinvolgendo le Nazioni Unite con una petizione all’Unesco. E la pressione, in questi anni, ha spinto Frank Gehry a rinunciare lo scorso gennaio a firmare il progetto del museo e a ritirarsi.