Khaled Meshaal è al Cairo, da oggi. Non succede spesso, perché in genere nei colloqui degli ultimi anni ci sono andati altri dirigenti di Hamas, in Egitto, direttamente da Damasco. L’arrivo di Meshaal ha fatto pensare a un possibile accordo sullo scambio di prigioneri tra Hamas e Israele, Gilad Shalit da una parte, e circa 450 detenuti palestinesi nelle carceri israeliane. Gli eventi degli ultimi anni ci hanno abituato a pensare a una soluzione vicina, molto vicina, quasi fatta, e poi a osservare che i protagonisti il passo decisivo non lo avevano compiuto.
E dunque anche oggi è meglio usare un po’ di prudenza. Sicuramente qualcosa si muove. Meshaal è al Cairo, così come al Cairo sono arrivati – da Gaza – altri nomi eccelleti di Hamas. Un po’ diversi da quelli che in questi mesi hanno gestito i negoziati tra Fatah e Hamas per la riconciliazione politica palestinese. Soprattutto, sono arrivati al Cairo Khalil al Hayya e il figlio del premier de facto di Gaza, Ismail Haniyeh. La loro presenza, secondo me, indica che è la leadership politica nel suo insieme che stavolta parla, sia quella di Gaza, sia quella che si trova a Damasco. Vista la struttura decisionale di Hamas, è possibile che questa presenza dia alla delegazione il potere necessario per decidere per tutto il movimento.
E poi, al Cairo c’è anche Abu Mazen. Escluso che Mahmoud Abbas e Khaled Meshaal si possano incontrare. La frattura è troppo profonda. E’ però evidente che la presenza contemporanea di Meshaal e di Abu Mazen, che ha guadagnato da poco l’imprimatur nel congresso di Fatah, significa che i negoziati sono arrivati a un punto importante: i mediatori egiziani faranno probabilmente la spola tra i due leader per arrivare a un risultato, mentre il Ramadan è in corso, e – soprattutto – mancano pochissimi mesi alle elezioni che sulla carta si dovrebbero svolgere il prossimo gennaio.
Ipotesi, ovviamente.