Permettetemi solo un po’ di retorica. Ma non ce la faccio a non intervenire. Ne va della mia dignità. Dignità anche di giornalista. Quando sognavo di far la giornalista, ed ero veramente molto piccola – suppergiù verso i dieci anni, l’età di mio figlio – pensavo a un mestiere mitizzato, fatto di eroi, di eroine, di grandi storie. Nella tv in bianco e nero passavano le immagini dei bonzi di Saigon che si davano fuoco, l’assassinio di Bob Kennedy, la Luna. Crescendo, ci ho aggiunto anche la dimensione etica. Miti a parte, quando ho deciso che in effetti era il mio mestiere, pensavo a un giornalismo diverso. C’erano, certo, i vezzi, la copertina al contenuto del libro, la retorica che ancora colpisce tanti ragazzi che ancora vorrebbero fare i giornalisti. C’era il finto cinismo, c’erano i piedi sulla scrivania, i mezzi toscani che mezza redazione fumava, e poi si parlava tanto, si ciarlava. E c’erano le frasi a effetto di tutta la filmografia sulla categoria: compresa quella che diceva che siccome non si voleva lavorare, si faceva i giornalisti.
Cinismo da educande, se lo confronto con quello che sta accadendo in questi giorni. Vezzi da ragazzini. Vezzi che peraltro avevo spesso trovati terribilmente stucchevoli come i marsh-mellow: facili da mangiare, ma senza un gusto serio e solido. Anzi, con un retrogusto francamente insopportabile.
Non dirò mai che ho sbagliato mestiere, né che sono, e sono stata, troppo naive. So almeno di condividere la stessa etica (ferroviaria) con i miei pard di Lettera22 (quella vera, non l’imitazione che si è aggiunta nell’ultimo anno). C’è gente che di giornalismo serio continua a morire, come il fotografo francese Christian Poneda, ucciso in Salvador per il suo lavoro sulle gang, rimpianto dai suoi amici giornalisti come una persona seria e prudente, non un cavallo pazzo. Per rispetto a Poneda, a Julio Fuentes, ai tanti che ci hanno veramente creduto, non potrò mai dire di avere sbagliato mestiere. Semmai, di averlo fatto male.
E poi non è vero che l’arroganza paga, non è vero che fare i veri cinici sia trendy, non è vero che il celodurismo sia vincente. Rimango una storica, una storica che di mestiere fa la giornalista: ricordo ancora la storia del giornalismo italiano nel primo Novecento, dai Gobetti a quelli dell’agenzia Stefani. Dell’uno mi ricordo il nome, il percorso, gli articoli, la fine. Degli altri, neanche il nome. Alla prova della storia, dell’oblio che copre i mediocri, so chi vincerà. Ci vuole però coraggio. Spero che almeno qualcuno, nella categoria, lo conservi o lo ritrovi. La memoria ogni tanto tradisce, e così sono andata a ricercare la storia dei professori universitari chiamati a giurare fedeltà non allo Stato italiano, ma al regime fascista. Furono 11 su 1200 a rifiutarsi di giurare, e tra gli undici c’erano Gaetano De Sanctis e Lionello Venturi.
In tutta questa poco edificante storia del giornalismo italiano scritta negli ultimi giorni, abbiamo dimostrato di essere una categoria in decadenza, usata e abusata, il vaso di coccio che pensa di essere – invece – di ferro. Sarà il caso di ricominciarla, una riflessione seria, magari – finalmente – dividendosi tra chi il giornalismo lo intende in un modo e chi – ahimé – ha tutta un’altra idea? Ricordo che quello che è successo, negli ultimi giorni, è anche figlio della mancata riflessione sull’uso della lingua, sul mancato rispetto dall’Altro, messo in rilievo sulla questione dei migranti. La Carta di Roma che doveva difendere la dignità dei migranti, e con la loro la nostra, è rimasta lettera (quasi) morta. E quel quasi lo si deve solo al coraggio di alcuni dei nostri colleghi, che continuano a non rinunciare al rispetto del “fratello”.
Un forte senso di nausea dovrebbe già essere arrivato nella gola di molti giornalisti. Quanto dovremo ancora aspettare per parlarne? Per parlarne tra di noi?