Al giallo un po’ stantio della mimosa preferisco, e non solo oggi, 8 marzo, il giallo dei migranti e delle migranti che una settimana fa ha sfilato per alcune città italiane. E non solo perché sono una migrante anch’io, trattata di certo molto meglio di altre donne italiane.
Stavolta, però, questo 8 marzo lo voglio ricordare. Ricordare tutte quelle donne con il velo diventate loro malgrado lo stereotipo di altro, e soprattutto il vessillo delle nostre (inutili e infondate) paure. E le donne che ho incontrato in tutto il Medio Oriente, con o senza velo, con o senza fede. Ricordare Heba, Samira, Nasra, Amira, Joharah, Osnat, Noa, Tanja, Yasmine e assieme a loro lo stuolo di donne che ho incontrato in quasi dieci anni vissuti in questa parte del mondo. Di una cosa soprattutto solo a loro grata: la solidarietà femminile, quella che in Italia abbiamo dimenticato e che qui, e direi soprattutto nel mondo arabo, è ancora un oggetto prezioso, che si cura quotidianamente.
So che in Italia, dopo l’abisso in cui la nostra immagine è caduta negli scorsi mesi, molto si è mosso, e si muove ancora. Una lista infinita di piccoli avvenimenti, di colpi di reni, di gruppi che nascono e voci che si alzano, piccoli e grandi fatti che mostrano un’Italia femminile reale lontana da quel senso di squallido e di postribolo che ha coperto, soprattutto lo scorso anno, tutto il resto.
Il tempo del rispetto pieno è ancora lontano, purtroppo. Siamo ancora rinchiuse dentro le corazze che ci siamo costruite negli scorsi decenni, monadi che non sono più use a uscire dal bozzolo. Ma più di qualche crepa, in quei gusci, è ormai così evidente che basterebbe un colpetto per romperli. E quella solidarietà senza invidia che rivedo quotidianamente qui, soprattutto tra le donne arabe, mi consola e mi dà forza.
(la foto, che ritrae una donna palestinese che urla mentre demoliscono la sua casa a Gerusalemme, è di Yasmine Perni)