Un ritratto della politica della Francia di Sarkozy su Gerusalemme est lo fa, col solito acume, Alain Gresh sul suo blog. Che ricorda il piano svedese (in cui viene messa nero su bianco la possibilità di riconoscimento di Gerusalemme est come capitale dello Stato palestinese), le titubanze e i timori francesi, e quei 4577 permessi di residenza rescissi dalle autorità israeliane verso altrettanti palestinesi di Gerusalemme nel solo anno 2008. Un numero mai raggiunto dal 1967 a oggi, su cui la comunità internazionale è rimasta praticamente silente. Afasica.
Un numero che fa comprendere quanto il dossier Gerusalemme sia quello fondamentale, nella partita della pace. Come sempre.
Il congelamento delle costruzioni nelle colonie israeliane nel cuore dei Territori palestinesi (solo in Cisgiordania, a dire il vero, e non a Gerusalemme est) durerà solo dieci mesi. E basta. A dirlo, tentando di ricucire i rapporti con la potente (nonché numerosa) comunità dei coloni, è il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu (da Ynet):
Even if Abu Mazen (Palestinian President Mahmoud Abbas) will come in eight months and say, ‘Peace now,’ we will begin building as we did before. The cabinet decision is time-limited,” the prime minister said.
Le dichiarazioni conciliatorie di Netanyahu (chissà come reagirà l’amministrazione Obama a un sostanziale annacquamento dell’accordo sul congelamento) arrivano in contemporanea con le preoccupanti notizie che invece giungono dalla Cisgiordania. Area di Nablus, per la precisione, quella dove sono concentrate alcune delle colonie israeliane più radicali. Sono notizie di fonte militare israeliana che parlano di una casa e due auto palestinesi a cui i coloni hanno dato fuoco, uno dei tanti episodi di questi ultimi giorni. Mentre preannuncia battaglia la leadership dei coloni (circa mezzo milione tra Cisgiordania e Gerusalemme est, secondo i dati dell’Onu, vale a dire circa il 10 per cento della popolazione israeliana di religione ebraica, senza contare i palestinesi con passaporto israeliano. Per una ricognizione sul mondo dei coloni, la rivista Terrasanta ha pubblicato sull’ultimo numero un mio reportage).
Finita la lunga esperienza all’AIEA, Mohammed el Baradei non esclude di potersi presentare come candidato alle presidenziali egiziane del 2011. Un sasso nello stagno della politica egiziana che ha già avuto il potere di suscitare le prime reazioni. Per niente positive, sia da parte dell’opposizione sia da parte dei giornali filogovernative. Si rimprovera a El Baradei, per esempio, di essere stato per decenni fuori dalla dimensione egiziana, nelle organizzazioni internazionali. Lui, dal canto suo, chiede garanzie: elezioni realmente libere, e uno sguardo alla costituzione.
Sarà vero, oppure è solo cortina fumogena?
Da arabist.