Sguardi

admin | November 10th, 2009 - 10:59 am

Ma come? Non si poteva parlare…

admin | November 10th, 2009 - 9:00 am

Era successo già con i membri dell’OLP, con cui gli israeliani non potevano formalmente parlare. Per anni. Poi venne cambiate le regole. E gli israeliani parlarono con i membri dell’OLP. Ora, Shaul Mofaz dice che si potrebbe parlare con Hamas. Non solo, secondo Ynet

Knesset Member Shaul Mofaz (Kadima), has appealed to legal experts outside of Israel to examine the possibility of holding meetings with Hamas operatives, as part of his plan for Palestinian statehood. He has not yet consulted officials in Israel on the matter.
(…)
He added, “If Hamas is elected and chooses to negotiate – Israel must conduct dialogue with any group that changes its behavior.”

Cos’è cambiato dal 2006, da quando legittimamente Hamas vinse le elezioni? Hamas aveva già dimostrato di aver scelto la via rappresentativa. E cosa si è perso, tra 2006 e 2009, oltre a migliaia di vite umane? Una decisione del genere non poteva essere presa prima, quando l’ala pragmatica di Hamas era più forte, o meno debole? E cosa significa parlare ora con Hamas, al potere a Gaza e senza potere in Cisgiordania? Parlare con quali palestinesi, che rappresentano quale parte della Palestina?

Recriminazioni a parte, due domande bisogna porsele, da analisti e non da dietrologi. La prima: perché Shaul Mofaz, uomo che ha rivestito incarichi alti ai vertici della struttura militare israeliana, decide proprio adesso di presentare un piano di pace all’ambasciata americana, mentre Netanyahu è negli Stati Uniti, in una delle fasi considerate più fredde tra govenro israeliano e Casa Bianca? Rivestendo quale ruolo? Il suo piano di pace segue la linea di pensiero di Netanyahu, e dunque: il premier sa o non sa di questa iniziativa di Mofaz?

Seconda domanda, ovviamente collegata: la mossa di Mofaz è per riempire il vuoto evidente di strategia per la pace, oppure cerca di anticipare mosse che stanno per arrivare dalla comunità internazionale? Si era parlato di un possibile piano americano e, in seconda battuta, le candidature (entrambe forti) di David Miliband e Massimo D’Alema al ruolo di Mr. Pesc, rimettono oggettivamente in gioco un ruolo europeo che non sia solo di comparsa… E questo potrebbe avere le sue conseguenze su “quale” processo di pace sostenere.

Pace? Quale pace?

admin | November 10th, 2009 - 2:05 am

Marc Lynch riferisce la risposta di Salim Tamari, raffinato intellettuale palestinese, sul suo blog su Foreign Policy.

When I asked leading Palestinian academic Salim Tamari yesterday about the impact it would have on the peace process, he just looked at me quizically and said “what peace process?”

Noi tutti che viviamo qui da un po’ di tempo ci sentiamo fare la stessa domanda, guardiamo l’interlocutore nello stesso modo e rispondiamo con la stessa frase. Non per supponenza né per pessimismo. E’ perché è semplicemente così, e le facili euforie che sentiamo in Italia ci stupiscono. Sempre.

Gaza’s Winter

admin | November 10th, 2009 - 2:00 am

13 registi, guidati da Najwa Najjar, usano la macchina da presa per descrivere l’Inverno (Inferno di Gaza. A quasi un anno dall’Operazione Piombo Fuso. Sul Christian Science Monitor.

I problemi sono solo cominciati.

admin | November 10th, 2009 - 2:00 am

Ian Bremmer su Dubai, Abu Dhabi, e la crisi.

There’s plenty of reason to fear that things won’t get better soon. Real estate prices are now at about half their peak, but overbuilding on many projects continues because the state controls many of the emirate’s largest construction companies. Many of Dubai’s biggest construction projects are still underway, because the government wants to minimize further job losses. That’s likely to continue through 2010, leaving the emirate with large amounts of unused commercial space.

In many cases, local firms haven’t paid their employees in weeks, and there have been some moderately violent protests. The government appears aware of the seriousness of the problem and is working to improve healthcare and living facilities for the laborers. Dangerous levels of unrest are unlikely given that most guest workers can’t afford to risk deportation.

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