Ancora una voce su Stati Uniti e Hamas dal Carnegie Endowment for Peace, che ha ormai concentrato parte dei suoi sforzi sull’islam politico arabi. Amr Hamzawy, tra gli esponenti di punta del gruppo di lavoro sull’islam politico, aveva pubblicato il 24 agosto un articolo sul quotidiano degli Emirati, The National.
The US should put Hamas’s diplomatic voice to the test. But should the US approach be more indirect or direct, multilateral or bilateral, procedural or substantive, clandestine or public? Domestically, it may be too early for President Obama to pursue direct, bilateral talks in a public forum. Internationally, however, it may be too late for the more a gradual approach of indirect or clandestine talks: President Obama will squander a good deal of his prestige in the Arab world if he doesn’t make a prominent departure from Bush administration policy – and soon.
Mindful of these constraints, we believe the US should establish direct talks on substantive issues in a public, multilateral forum. This forum, for its part, could build on the two forums currently fostering talks with Hamas, one made up of European countries and another of Arab states. Progress on the US-Syrian relationship could open up another channel of communication to Hamas as well. The talks should focus on how Hamas can play a productive role in the peace process. Above all, this would mean tackling how Hamas can gradually transform into a political group integrated into a unity government; how it can apologise for its June 2007 takeover of the Gaza Strip; and how its forces can be integrated into the broader Palestinian security forces in order to consolidate both Israeli and Palestinian security. A patient and productive exchange could induce positive change in Hamas’s behaviour, identity and relationship with Israel and the West.
Once again, Hamas has explicitly reiterated its support for a two-state solution and implicitly recognised the state of Israel. As the indispensable mediator of the peace process, the US must realise that excluding Hamas cannot possibly advance the peace process beyond the status quo.
Khaled Meshaal è al Cairo, da oggi. Non succede spesso, perché in genere nei colloqui degli ultimi anni ci sono andati altri dirigenti di Hamas, in Egitto, direttamente da Damasco. L’arrivo di Meshaal ha fatto pensare a un possibile accordo sullo scambio di prigioneri tra Hamas e Israele, Gilad Shalit da una parte, e circa 450 detenuti palestinesi nelle carceri israeliane. Gli eventi degli ultimi anni ci hanno abituato a pensare a una soluzione vicina, molto vicina, quasi fatta, e poi a osservare che i protagonisti il passo decisivo non lo avevano compiuto.
E dunque anche oggi è meglio usare un po’ di prudenza. Sicuramente qualcosa si muove. Meshaal è al Cairo, così come al Cairo sono arrivati – da Gaza – altri nomi eccelleti di Hamas. Un po’ diversi da quelli che in questi mesi hanno gestito i negoziati tra Fatah e Hamas per la riconciliazione politica palestinese. Soprattutto, sono arrivati al Cairo Khalil al Hayya e il figlio del premier de facto di Gaza, Ismail Haniyeh. La loro presenza, secondo me, indica che è la leadership politica nel suo insieme che stavolta parla, sia quella di Gaza, sia quella che si trova a Damasco. Vista la struttura decisionale di Hamas, è possibile che questa presenza dia alla delegazione il potere necessario per decidere per tutto il movimento.
E poi, al Cairo c’è anche Abu Mazen. Escluso che Mahmoud Abbas e Khaled Meshaal si possano incontrare. La frattura è troppo profonda. E’ però evidente che la presenza contemporanea di Meshaal e di Abu Mazen, che ha guadagnato da poco l’imprimatur nel congresso di Fatah, significa che i negoziati sono arrivati a un punto importante: i mediatori egiziani faranno probabilmente la spola tra i due leader per arrivare a un risultato, mentre il Ramadan è in corso, e – soprattutto – mancano pochissimi mesi alle elezioni che sulla carta si dovrebbero svolgere il prossimo gennaio.
Ipotesi, ovviamente.