Nel suo blog su Foreign Policy, Marc Lynch si interroga sul perché Barack Obama abbia aggiunto l’Arabia Saudita al suo itinerario in Medio Oriente. E si chiede se anche Obama cadrà nella trappola di dividere gli arabi tra moderati e resistenza, tra regimi moderati da una parte, e Iran, Hamas e Hezbollah dall’altra.
E a coté, un dettagliatissimo e molto interessante resoconto di quello che si pensa a Washington delle colonie israeliane in Cisgiordania, e di quello che Obama chiederà a Bibi Netanyahu. Su The Cable, di Laura Rozen.
Diplomatici presenti a Ramallah, compreso l’ambasciatore Ercan Ozel, consolato generale turco per la Palestina; esponenti di Fatah; personalità importanti del mondo imprenditoriale come Sam Bahour e Mazen Sinokrot. E come discussant, Mahmoud ar-Ramahi, segretario generale del Consiglio Legislativo, il parlamento palestinese. Deputato della lista Riforma e Cambiamento, quella con cui Hamas si è presentata alle elezioni del gennaio 2006, Ramahi è stato rilasciato da pochi mesi dagli israeliani che lo avevano arrestato negli anni scorsi, ha studiato all’università La Sapienza, a Roma, conosce dunque bene l’italiano, e ha avuto il compito di discutere un libro che gli altri, per questioni linguistiche, non avevano potuto ancora leggere.
Diversità di vedute su alcuni argomenti, nulla da dire sulla ricostruzione storico-cronologica: questo l’intervento di Ramahi, che ha riconosciuto soprattutto lo sforzo e la fatica nel ricostruire la “loro” storia. E nel dibattito, come sempre, la questione della condivisione del potere, più importante – nella percezione palestinese – della transizione “alla resistenza al potere” di Hamas, che per noi europei è centrale. E poi una discussione approfondita sulla questione della carta di Hamas del 1988, unita alla presenza, nella storia del movimento islamista, di altri documenti. Soprattutto, il programma elettorale del 2005-2006.
Dopo tanti anni, ho finalmente visto gli splendidi mosaici della Cupola della Roccia, le donne che riempiono la moschea costruita attorno al luogo in cui – per i musulmani – il profeta Mohammed ascese al cielo. Ho visto i vecchi che leggono il Corano dentro la Moschea di Al Aqsa. Ho passeggiato nei giardini della Spianata, l’unico luogo largo della Città Vecchia. E’ stata una bella mattinata, sotto il sole.
La seduta inaugurale del Palfest, il Palestinian Literature Festival, era stata bloccata sabato scorso a Gerusalemme dall’intervento della polizia israeliana, che aveva impedito l’incontro al Palestinian national theatre, nella zona est, la zona araba. Lo stesso è successo ieri sera, sempre al Palestinian National Theatre, sempre per l’intervento della polizia israeliana. Sembra che la ragione dell’ordine di blocco della manifestazione fosse il fatto che l’ANP fosse tra gli organizzatori del Palfest. Fatto smentito dagli scrittori inglesi che hanno partecipato a questa seconda edizione di reading, incontri, serate culturali dal 23 al 28 maggio, tra Gerusalemme est, Jenin, Ramallah, Betlemme.
La serata, comunque, si è svolta ugualmente, e sempre a Gerusalemme est. Grazie all’intervento diretto del console generale britannico a Gerusalemme, che ha invitato scrittori e pubblico a compiere la breve passeggiata che separa il Palestinian National Theatre dal British Council. Reading e buona musica sono andati in onda nel piccolo giardino del British Council, dopo le parole piuttosto dure del console generale per la decisione delle autorità israeliane. Una sostanziale riedizione di quello che è successo il 23 maggio, quando a prendere in mano la situazione era stato, invece, l’addetto culturale francese, che aveva invitato gli scrittori a un’altra breve passeggiata, quella che separa – sempre a Gerusalemme est – il Palestinian National Theatre dal Centre Culturel Francaise, per ovviare alla presenza dei soldati israeliani e all’impossibilità di riunirsi nel piccolo teatro.
La diplomazia francese e britannica a Gerusalemme, insomma, ha reagito piuttosto duramente contro le decisioni delle autorità israeliane. E un comportamento del genere non si è verificato molto spesso, in questi ultimi anni. Così come non si è verificato spesso che fosse impedita addirittura una serata tutta culturale. La reazione di Ahdaf Soueif, scrittrice egiziana e inglese: “Questo vuol dire che dobbiamo continuare ad affrontare la cultura del potere col potere della cultura”.
Non c’è stata, per ora, nessuna reazione da parte degli scrittori israeliani.
Post scriptum: ho avuto notizia che il gruppo degli scrittori non ha potuto visitare la Spianata delle Moschee, nonostante il coordinamento con il Waqf musulmano che controlla il terzo luogo santo dell’islam. Le autorità israeliane non hanno concesso l’ingresso.