I palestinesi d’Israele e Lieberman

admin | April 7th, 2009 - 2:47 pm

Il governo Netanyahu si è appena insediato, e sul New York Times appare un commento molto duro, soprattutto col nuovo ministro degli esteri Avigdor Lieberman. Lo firma Ahmad Tibi, deputato alla Knesset, palestinese cittadino d’Israele, con cui Lieberman si è scontrato più volte negli scorsi anni. Temi principali, quelli che diverranno temi caldi nei prossimi mesi: la controversa legge sulla lealtà, l’essere cittadino palestinese in Israele, e l’idea di un transfer di territori. Transfer su cui Tibi è netto:

But Israel has no legal right to any of the occupied Palestinian territories. And Lieberman has no right to offer the land my home is on in exchange for incorporating Jewish settlers into newly defined Israeli state borders. We are citizens of the state of Israel and do not want to exchange our second-class citizenship in our homeland — subject as we are to numerous laws that discriminate against us — for life in a Palestinian Bantustan.

Il telefonino e la bilancia

admin | April 7th, 2009 - 12:15 am

“Scusa, metti per favore il telefonino sulla bilancia?” E tu liquidi immediatamente l’interlocutore, smetti di parlare al cellulare, lo spegni, e lo metti sulla bilancia sulla quale si pesano i biscotti.Si accende il display, e annuncia la sentenza attraverso i numeri verde acido. Sembra una pièce da teatro dell’assurdo. Ma in Medio Oriente è normale. Anzi, è normale nel mondo arabo. Il fatto è che bisognava fare un paragone. Tra il telefonino di un cliente usuale della panetteria. E il mio, di telefonino. O meglio, il nostro. Perché la richiesta è arrivata all’intera famiglia, cliente altrettanto abituale dello stesso fornaio. I telefonini si alternano sulla bilancia. L’uno pesa più dell’altro. E via con una discussione su quanto costa l’uno e quanto costa l’altro, se è originale o taroccato, e soprattutto se uno dei due viene da Dubai.

La conversazione finisce in fretta, cordiale, e del tutto incastonata nel chiacchiericcio dal fornaio. Poi il conto (rigorosamente fatto a mente), qualche battuta, i saluti. E via a casa. La conclusione è semplice: siamo del tutto dentro il contesto, come la tappezzeria. Siamo stati adottati dalla Porta di Damasco e dintorni, dal piccolo mondo dei commercianti e degli habituè. E noi, da tempo ormai, abbiamo adottato questo piccolo mondo come parte del nostro. Codici comportamentali compresi. Non ci siamo posti il problema di rispondere razionalmente, o italianamente. “Ma che vuoi? Sto parlando al telefono! Ma chi ti dà il permesso di impicciarti ed entrare nella mia privacy?”. La richiesta andava esaudita. Subito, e con il sorriso di chi vuole essere coinvolto in una chiacchiera da fornaio sul peso di un telefonino.

Chiaro il messaggio

admin | April 7th, 2009 - 12:10 am

The United States is not, and will never be, at war with Islam. (Applause.) In fact, our partnership with the Muslim world is critical not just in rolling back the violent ideologies that people of all faiths reject, but also to strengthen opportunity for all its people.

I also want to be clear that America’s relationship with the Muslim community, the Muslim world, cannot, and will not, just be based upon opposition to terrorism. We seek broader engagement based on mutual interest and mutual respect. We will listen carefully, we will bridge misunderstandings, and we will seek common ground. We will be respectful, even when we do not agree. We will convey our deep appreciation for the Islamic faith, which has done so much over the centuries to shape the world — including in my own country. The United States has been enriched by Muslim Americans. Many other Americans have Muslims in their families or have lived in a Muslim-majority country — I know, because I am one of them. (Applause.)

E’ uno dei passi del discorso di ieri tenuto da Barack Obama all’assemblea nazionale turca. Chiaro il messaggio, netta la svolta rispetto a George W. Bush, in un intervento che si aspettava sin dall’inizio del mandato di Obama. E la strategia è stata tanto chiara quanto perfetta: l’alleata Turchia, sempre più nei panni di una potenza regionale. Uno stato musulmano ma non arabo. Uno dei vicini dell’Iran. Uno dei mediatori possibili in Medio Oriente. E poi, e direi soprattutto, un paese a guida islamista moderata, guardato con interesse da buona parte dell’islam politico, in Medio Oriente e oltre. Né l’Egitto, solo formalmente laico, ma in perenne transizione alla democrazia. Né l’Arabia Saudita, imbarazzante sul piano della difesa dei diritti civili. Quale luogo migliore della Turchia?

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