Con la benedizione degli egiziani

admin | February 27th, 2009 - 3:08 pm

I tempi si sono fatti più rapidi, di punto in bianco. Il dialogo interpalestinese doveva indicare che la terza fase era iniziata, nel complesso negoziato tra Israele e Hamas, dopo il raggiungimento della tregua di un anno e mezzo su Gaza, e lo scambio dei prigionieri. Le prime due fasi – come si sa – sono fallite, quando si è cercato (da parte di Israele) di cambiare l’ordine degli addendi, e di far liberare Gilad Shalit prima della tregua e dell’apertura dei valichi di Gaza. La novità, dunque, sta nel fatto che l’Egitto di Hosni Mubarak si è rifiutato di aspettare lo scioglimento dei nodi da parte di Israele, e ha deciso di partire con la terza fase. A prescindere. Via al dialogo interpalestinese, pochi sorrisi ma in compenso un’atmosfera meno tesa (almeno così sembra) tra Fatah e Hamas, i grandi avversari che negli ultimi due anni si sono talmente combattuti da far rischiare una guerra civile. Sotto lo sguardo vigile di Omar Suleiman.

L’obiettivo, comune, è un governo di unità nazionale di transizione, da varare entro la fine del mese di marzo. Niente di definito, dunque, ma la piattaforma di base era necessaria, per i palestinesi e per gli egiziani, per presentarsi lunedì a Sharm el Sheykh, alla conferenza per la ricostruzione di Gaza. In ballo ci sono quasi tre miliardi di dollari, una cifra iperbolica, ma che non spiega tutta la fretta. Non di soli soldi vivono i palestinesi, e neanche la loro politica. Il venticello che soffia, in questi giorni di transizione delicata, è quello per cui s’ha da cambiare il passo della politica occidentale in Medio Oriente. Lo si capisce dai piccoli, eppure importanti segnali. John Kerry che entra a Gaza. E poi il ministro degli esteri norvegese, durissimo nei confronti di Israele. E oggi Javier Solana, mr. Politica estera europea, che torna a Gaza per la prima volta dopo il giugno del 2007, e il coup di Hamas. Certo, non vedrà i dirigenti del movimento islamista, ma per ora non importa. Ci sono altri che li stanno incontrando per tutti noi, ha in sostanza fatto capire David Miliband.

A conferma di questo nuovo passo, è anche l’appello pubblicato sul britannico Times ieri, anch’esso alla vigilia della conferenza di Sharm alla quale, e non è un dettaglio da poco, parteciperanno anche i siriani. L’appello, dice che bisogna coinvolgere Hamas in qualsiasi processo di pace. An Israeli–Palestinian peace settlement without Hamas will not be possible. As the Israeli general and statesman Moshe Dayan said: “If you want to make peace, you don’t talk to your friends. You talk to your enemies.” There can be no meaningful peace process that involves negotiating with the representative of one part of the Palestinians while simultaneously trying to destroy the other. Non è una novita, e non è la prima volta che si dice, ma le firme sono pesanti, quelle di ex negoziatori sul dossier israelo-palestinese. Compreso Shlomo Ben Ami.

Eccole:

Michael Ancram
Lord Ashdown of Norton-sub-Hamdon
Dr Shlomo Ben-Ami (Israel Foreign Minister, 2000-01)
Betty Bigombe (former Uganda Government minister)
Alvaro de Soto (UN Special Coordinator for the Middle East Peace Process and Envoy to the Quartet, 2005-07).
Gareth Evans (Australian Foreign Minister, 1988-96)
Peter Gastrow (former Member of Parliament in South Africa and member of the National Peace Committee and the National Peace Secretariat)
Gerry Kelly (Sinn Féin member of the Northern Ireland Assembly)
John Hume (Leader of the Social
Democratic Liberal Party of Northern Ireland, 1979-2001)
Dr Ram Manikkalingam (Founder of the Dialogue Advisory Group)
Lord Patten of Barnes

Libro in uscita

admin | February 27th, 2009 - 2:25 pm

L’Espresso in edicola da oggi ha una intervista molto interessante a Khaled Meshaal, in cui il leader dell’ufficio politico di Hamas si riferisce esplicitamente, come obiettivo per i palestinesi, a uno stato palestinese entro i confini del 1967 con Gerusalemme est capitale. Una linea già espressa varie volte, soprattutto tra 2006 e 2007. C’è anche la notizia dell’uscita del mio libro su Hamas (e che così si intitola), il 12 marzo nelle librerie sempre per i tipi della Feltrinelli. E’ un libro un po’ corposo, 280 pagina di storia politica con interviste, testimonianze, analisi. Per buona parte concentrato sulla transizione dalla spada al potere, per così dire, tentata da Hamas a partire dal 2oo2, in piena seconda intifada, in un processo lungo e tortuoso, che ha avuto il suo apice nella vittoria elettorale del gennaio 2006.

Media wars, borderless journalism

admin | February 26th, 2009 - 12:03 pm

C’è chi vede una guerra, e chi ne vede un’altra completamente diversa. E’ un dato di fatto per alcuni professionisti, che sanno benissimo quanto gli utenti di Foxnews e quelli di Al Jazeera English abbiamo – su Gaza ma non solo – informazioni molto diverse. Non solo per qualità, ma anche per minutaggio. Ne parla, con la solita competenza, Lawrence Pintak su Arab Media & Society.

E’ lui o non è lui?

admin | February 26th, 2009 - 11:03 am

Ma, insomma, è o non è Dennis Ross l’inviato statunitense sul dossier Iran? La questione non è di poco conto, tanto è vero che la sua designazione è stata rinviata per un mese. Ora, l’Economist ha avuto sentori che il mandato di Dennis Ross non sia così ampio come si pensava, ma solo di “consulenza”. Sarà vero? E se è vero, cosa significa?

For over a month rumours abounded that the job would go to Dennis Ross, a former negotiator for America in Arab-Israeli peace talks. But while other envoys to the Middle East were announced—one each for Palestine-Israel and Afghanistan-Pakistan—Mr Ross’s appointment was delayed. Some think him too close to Israel; a critical former State Department official has suggested that he was Israel’s lawyer in negotiations with the Palestinians, and he has lately hung his hat at a pro-Israel think-tank. Part of the delay may have revolved around his exact responsibilities and title. Rumour had it that he would be a “super-envoy” above all others in Middle East policy. That seems to have been overdone; he will instead be a “special adviser” for the Gulf and south-west Asia.

(la foto è tratta da Flickr, con licenza Creative Commons)

Toni più morbidi

admin | February 26th, 2009 - 10:52 am

Non fa notizia, ma Fatah e Hamas si sono parlati. E soprattutto parlati ad alto livello, ieri al Cairo. E hanno anche fatto una conferenza stampa congiunta. Non accadeva da molto tempo, e forse vuol dire che veramente c’è un prima e un dopo Gaza, perché i 22 giorni della guerra di Gaza sono stati una piccola cesura della Storia.

Alti dirigenti, al Cairo, per contatti che proseguiranno dopo la conferenza sulla ricostruzione di Gaza, in programma a Sharm el Sheykh il prossimo 2 marzo. C’erano Nabil Shaath e soprattutto Abu Ala, il vecchio Ahmed Qureya, per Fatah. Mussa Abu Marzuq, il vice dell’ufficio politico di Hamas, assieme a Mahmoud A-Zahhar, Mohammed Nasr (braccio destro di Meshaal), per il movimento islamista. Questione prioritaria, per ammorbidire i toni, il rilascio dei detenuti politici. In Cisgiordania, l’Anp ha liberato 80 dei 400 militanti di Hamas arrestati negli scorsi mesi. E poi c’è la guerra delle tv, visto che Fatah ha creato un canale, in contrapposizione a Al Aqsa tv di Hamas, in quella che potrebbe essere descritta come la libanizzazione (ossia la deriva settaria) dei media palestinesi.

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