Il Guardian pubblica oggi una lettera di Bassam Na’im, ministro della salute nel governo di Hamas (ma rivestiva questo ruolo anche prima del coup del giugno 2007 a Gaza). E’ una lettera molto interessante, soprattutto nella parte che riguarda gli ebrei. Non è la prima volta che dirigenti di Hamas distinguono tra ebrei e israeliani. Na’im continua a farlo, sotto le bombe.
“Now that their massacres of women and children and their destruction of schools and mosques have been exposed before the world, the Zionists’ propaganda machine is trying to discredit our liberation struggle more desperately than ever. Through flagrant misquotation and mistranslation, they have falsely claimed that Hamas leader Mahmoud Zahar has called for the killing of Jewish children around the world and attacks on synagogues.
He did no such thing – nor would any Hamas spokesman. Such a call would be against Islam and the teachings of the Prophet, who prohibited the killing of children and attacks on places of worship. And from the beginning of our struggle, Hamas has always insisted that its operations are restricted to the field of battle, Palestine itself.
What Dr Zahar did do is warn that by carrying out these barbaric massacres of children and
women, and by destroying our mosques, the Zionists are creating the conditions for people to believe it is justified or legitimate to take revenge. That is not the call of Hamas. Dr Zahar did not even mention “Jews” in his comments. And throughout this latest offensive, hundreds of Palestinian children have been killed, while not a single Israeli child has died.
Our struggle is not against the Jewish people, but against oppression and occupation. This is not a religious war. We have no quarrel with the Jewish people. We welcome and appreciate the stand taken by leading Jewish figures in Britain and around the world against Israel’s aggression against Gaza and for the rights of our people. It is also not the case, as has been claimed, that Hamas is seeking to enforce sharia law in Gaza: we respect the democratic process and individual rights”.
Succede molto, fuori dalle diatribe dei Palazzi, in Italia e fuori; fuori dalla solita lentezza della diplomazia, che ricorda molto quella dell’epoca delle guerre nei Balcani. Succede su Facebook, dove un gruppo Stop ai bombardamenti a Gaza ha già avuto l’adesione di più di 100mila utenti. Succede che, attraverso il mondo virtuale, è in corso la raccolta di firme sotto un appello – Scientists for Gaza – lanciato dalla comunità accademica, a cui ad ora hanno aderito poco meno di duemila ricercatori, PhD, docenti, associati, etc. E poi succede che i sei più grandi artisti tunisini abbiano scritto un appello dopo aver ricevuto due messaggi, uno da un artista israeliano, e l’altro da un artista palestinese. E poi c’è un appello di Moni Ovadia e Ali Rashid: “Noi sappiamo che l’occupazione genera resistenza, la guerra rafforza il terrorismo, la violenza cambia le persone e i fondamentalismi si alimentano reciprocamente. Ma abbiamo anche imparato in tutti questi anni che gli obiettivi di pace, sicurezza e prosperità non passano attraverso l’uso della forza delle armi, ma attraverso l’adozione di scelte accettabili per entrambe le parti in causa e l’avvio di un processo di riconoscimento reciproco, del dolore dell’altro in primo luogo, che è il primo passo verso la riconciliazione”.
E poi succede, da molti giorni, che le associazioni per la difesa dei diritti umani si stiano interrogando su come far partire indagini, processi e sanzioni contro chi ha commesso crimini di guerra a Gaza, Hamas e Israele. Crimini di guerra di cui ha parlato, a dire il vero, ieri anche David Miliband, un esponente dei Palazzi, dunque.
C’è una cosa che mi sfugge (magari fosse solo una…) nella mediazione egiziana. E cioè come mai il Cairo stia puntando su di una tregua lunga, di 10 o 15 anni, quando i carriarmati sono ancora dentro Gaza. Per come è strutturata Hamas, non accetterà mai di firmare un’intesa di questo tipo, come dimostra il no arrivato dopo che i dirigenti della leadership all’estero sono tornati a Damasco per consultazioni. Al massimo, si può trattare una tregua breve, ben che vada di sei mesi, visto che è praticamente impossibile riuscire anche a trattare una tregua umanitaria di 24 ore.
E allora? La tregua lunga, di 10 o 15 anni, ricorda molto da vicino la hudna che Hamas ha proposto a Israele da una decina d’anni (Ahmed Yassin vivo), e in maniera più stringente dagli ultimi scorci della seconda intifada. Una tregua lunga, anche sino a vent’anni, ma condizionata al ritiro dell’esercito israeliano dai Territori Palestinesi Occupati, sino alla Linea Verde, lo smantellamento degli insediamenti e del muro di separazione, e Gerusalemme est come capitale del futuro stato palestinese. Dopo il ritiro, si può discutere la hudna, dissero a varie riprese – soprattutto nel 2006 – tutti i leader di Hamas. Tregua, però, non significa pace, e su questo Israele non ha mai voluto cedere. E con Israele la comunità internazionale, che mise sul governo monocolore di Hamas del 2006 le tre condizioni del Quartetto: riconoscimento di Israele in testa. Ora, invece, si parla di tregua lunga. Ma, allora, non se ne poteva parlare prima?
L’ufficio elettorale israeliano ha deciso ieri di impedire la partecipazione alle consultazioni politiche di febbraio dei partiti arabi. Un quinto della popolazione di Israele sarà senza rappresentanza.
In genere siamo abituati a leggere gli interventi dei grandi scrittori israeliani. Meno dei giovani, come Etgar Keret, l’unico ottimo scrittore di racconti brevi, che assieme a sua moglie Shira Geffen ha scritto un intervento su Yediot Ahronot sulle vittime di Gaza. Per la precisione sui bambini, intitolata – appunto – for the sake of the children.