…libanese è già prevista e descritta dagli strateghi militari israeliani. Ne parla Helena Cobban nel suo blog, citando l’ultimo numero dello Institute for National Security Studies di Tel Aviv. Sono in particolare i saggi di Giora Eiland e Yossi Kuperwasser a occuparsi del conflitto prossimo venturo. Helena Cobban ha una critica da fare: e poi che succede? perché non c’è una visione politico-strategica?
Guerra a parte (si fa per dire…), c’è un buon excursus di Aluf Benn sulle colonie, dalla nascita alla fase ultima di Ehud Olmert, che l’autore definisce di “normalizzazione”. Sfata molti miti presenti in Occidente, spiega perché una parte delle colonie sono un bargaining chip, il significato del Muro in termini frontalieri, ed è infine utile per differenziare all’interno del mondo delle colonie.
Hanno affrontato la burrasca per salvare 650 immigrati che stavano tentando di raggiungere le coste siciliane. Sono i pescatori di Mazara del Vallo, città della Sicilia occidentale che già ha dimostrato di essere uno di quei posti dove la convivenza non è parola vuota o pia illusione, bensì pratica quotidiana. E’ una di quelle notizie che riempie il cuore perché va al di là di quello che è successo: dimostra che l’Italia non è solo il paese razzista che sta diventando. E forse ha ragione un mio amico egiziano, grande intellettuale, che dice che le persone non sono i governi. I governi, come il nostro, parlano di classi separate. I pescatori vanno invece a salvare proprio quelli che nelle classi separate dovrebbero andare a finire. E’ come il vocabolario mediterraneo che mi immagino: quello vero, profondo, della cultura materiale e del mangiare comune. In quel pasto insieme, le alici sono le stesse, che le peschino gli uomini di Mazara o quelli di Casablanca. Pesce povero e saporito, offerto anche allo sconosciuto. Senza alcuna nostalgia per la miseria, ovviamente.
Magari non è vero, l’etimologia sarà sicuramente diversa. Ma quell’assonanza tra hmar e somaro, mi ha fatto sempre pensare che un legame, tra gli asini di qui e gli asini di là ci deve essere. Certo che c’è, nella considerazione del valore economico dell’asino, di qui e di là, e nel duro lavoro che al somaro tocca. Soprattutto in questi ultimi anni, per esempio a Gaza, dove la benzina, la nafta e qualsiasi carburante sono un bene che definire di lusso è un eufemismo, l’asino è tornato all’antica funzione, i carretti sono stati riattati per l’asfalto, e hanno gomme al posto delle semplici ruote in legno. E poi in Cisgiordania, gli asini diventano quasi muli, si inerpicano superando le chiusure delle strade, trasportano olive, uomini, vecchie contadine.
Poco romanticismo, molta fatica e altrettante rughe, insomma, com’era dalle nostre parti, quando gli asini erano, per le famiglie, risorsa importante. Mi raccontavano che mia nonna avesse un’asina, a Roma, quando alla Balduina c’era solo prati e, più sotto, le fabbriche di mattoni. I poveri venivano a chiedere il latte dell’asina per i bambini malati.
Ah, dimenticavo. Sono due somari legati per la coda, e che tirano ognuno dalla loro parte, quelli ritratti da Banksy nei suoi stencil all’ingresso di Betlemme.
Chiedo a questo punto sollecitazioni da parte delle amiche veterinarie e degli amici sardi, per ampliare la voce.
(la foto è di Jill Granberg, su Flickr)
Son due giorni, da quando è partito l’incredibile attacco terroristico contro Mumbai, che non sento altro che notizie e commenti sugli occidentali presi nel mirino degli ancora ignoti armati che in grande stile hanno assaltato stazione ferroviarie e alberghi a cinque stelle. Sarà pure, visto il tipo di bersagli,e la clientela degli hotel. Ma a guardare bene le cifre, almeno quelle che abbiamo a disposizione sinora, ci sono 143 morti, di cui nove stranieri. Il che, se la matematica non è un’opinione, vuol dire che sinora gli indiani morti sono 134. Il che mi porta a pensare che l’attacco è stato contro gli indiani, più che contro gli stranieri, almeno nei risultati. Ci sentiamo molto al centro dell’attenzione, noi occidentali. Talvolta, purtroppo, lo siamo. Ma sarebbe anche il caso di rispettare i tanti morti che occidentali non sono. E’ successo lo stesso per gli attentati, i molti e molto sanguinosi, che ci sono stati nel mondo arabo: morti spesso misconosciuti, perché la vulgata che ci è ormai entrata nella testa è che il terrorismo fondamentalista colpisca solo l’Occidente. Non è vero.