Madre, o meglio, umm, la parola che in arabo si usa per madre. Perché oggi, madre, la vorrei declinare solo all’araba, come fosse uno spioncino su codici sociali che pensiamo distanti, e che distanti non sono. O magari distanti non erano. Umm, con quella lunga emme che è centrale, lungo tutte le coste del Mediterraneo. La emme che i neonati farfugliano per farsi sentire, che i bambini ripetono per farsi curare, che gli adulti continuano a usare per farsi sostenere. La emme di mamma, di umm appunto, dell’ebraico ima.
Quello che però mi ha sempre colpito, di Umm, è che deve essere accompagnata a qualcosa. Non è come mama, la parola che i bambini arabi pronunciano a cantilena, quando la necessità lo richiede. No. Umm non è mai sola, come una madre, appunto. È assieme al nome del figlio, il primogenito. Umm Mohammed, la mamma di Mohammed. Ma anche accompagnata al nome di una figlia, ricordava per esempio Sahar Khalifah, la più grande scrittrice palestinese vivente, nel suo Primavera di fuoco. Descriveva, nelle pagine più dure del suo romanzo sulla seconda intifada, la figura di Umm Su’ad, donna forte e generosa, con un marito dispotico, tanti figli maschi che se n’erano andati per ogni dove. E una figlia adorata, Su’ad, appunto: l’unica alla quale il suo nome si sarebbe potuto legare, con un nodo indissolubile.
Ironia della sorte, anche la più grande cantante araba, la madre della canzone araba contemporanea, che di figli non ne aveva avuti, quell’umm ce lo aveva. Umm Kulthoum, si chiamava, e la sua voce si continua ad ascoltare la sera, quando imbrunisce, a bottega o quando si torna dal lavoro. Umm Kulthoum, la voce che veniva dal Cairo. E il Cairo, per gli arabi, è ancora oggi Umm Dunya, la madre del mondo.
Madre mai sola, mai da sola, mai a parte. Sempre assieme alla sua funzione, non come una catena, ma come una ovvietà. Si è madri di qualcuno, e questo filo non si romperà mai. Si è chiamate, per strada, non con il proprio nome, ma col nome di quel fardello che si è portato in corpo. Umm Mohammed, Umm George, Umm Fu’ad. A qualsiasi fede si appartenga: musulmane, cristiane, una volta le arabe ebree, quando c’erano ancora le comunità ebraiche nei paesi arabi. Umm Yehuda, Umm Ezra, sono nomi ricorrenti, per esempio, in Victoria, il capolavoro dell’israeliano Sami Michael, ebreo di Baghdad.
Le mamme, da queste parti, sono come tutte le mamme mediterranee. Avvolgenti e centrali, talvolta troppo indulgenti, capaci – come le contadine arabe – di mandare all’università stuoli di figli, lavorando senza posa. Perché nonostante i veli su cui noi occidentali ci concentriamo decisamente troppo, la società araba è – per così dire – geneticamente e quotidianamente matriarcale. La tradizione islamica vuole la madre tanto importante, da dover essere messa davanti a tutto: prima viene tua madre, poi tua madre, poi ancora tua madre, poi tutto il resto. E uno dei modelli, nel Corano, è Maryam, Umm Issa, la mamma di Gesù.
Questa era l’ultima parola della settimana per il vocabolario di Fahrenheit, su Rai Radio3.
La foto, scattata in Marocco, è di Pier Vittorio Buffa.
La scelta appare obbligata. Bisogna parlare di denaro. Per la crisi, certo. E soprattutto perché la crisi porta paure facili da alimentare. Come quella secondo la quale, dall’altra parte del Mediterraneo, forze oscure siano partite in massa per comprare le nostre imprese. E dunque conquistarci.
E allora, per sfatare le paure e le leggende, per parlare delle normali, quasi immanenti regole del mercato mediterraneo, raccontiamo una storia che parte da casa nostra. C’era una volta il denaro. Parola latina. Pronipote del denarius, moneta argentea diffusa soprattutto in epoca romana imperiale, l’equivalente di 4 sesterzi. A cavallo dell’impero romano, delle sue truppe e delle sue conquiste, il denarius era arrivato dappertutto. Per questo il tradimento di Giuda era stato quantificato in denarii, ben trenta.
Gli imperi però, insegna la storia, crollano, finiscono. Ma non finisce l’uomo, i ritmi quotidiani, la necessità di comprare il pane. Il denaro resta, in altra foggia. Al posto dell’imperatore, c’è la professione di fede musulmana: la ilaha illallah. Nessuno si era fatto problemi prima, nessuno se n’è fatti dopo, tra mercati, suq e grandi potenze dell’epoca.
Appare all’orizzonte l’età dell’oro arabo-islamica. E il denaro, appunto, diventa d’oro. Quando il califfo omayyade Abdel Malik decide, alla fine del VII secolo, la grande riforma finanziaria e istituisce il dinar, moneta aurea del peso di 4,25 grammi. Oggi, in tempi in cui si cercano i beni-rifugio, è persino tornato di moda. Con l’idea dell’e-dinar, di un dinar elettronico legato al valore dell’oro, che però sembra non avere sfondato neanche nella Penisola Arabica. Così, il denarius è diventato dinar, ed ha veleggiato per mari e coste, sino a ritornare ai diversi occidenti che ci sono nel Mediterraneo. Il dinaro di Belgrado ne è una timida reminiscenza.
Come le navi, come le derrate, anche il denaro fa andirivieni, nel Mediterraneo. Parte in latino, e torna in arabo.
Ma accanto alla grande storia, c’è quella del denaro che serve a campare. E allora si scopre, adesso, quanto quel singolo pezzo di carta si sia rifatto importante. Le carte di credito e i soldi virtuali hanno creato una cortina fumogena che ha annebbiato la nostra cultura materiale. Dove c’è sempre stato quel sacro rispetto che nasce dall’uso che si fa del denaro (quello vero e concreto). Il denaro, talvolta, si bacia. Perché è una benedizione di Dio, una benedizione che arriva nel corso della giornata e serve a far mangiare la famiglia alla sera. Lo bacia l’ambulante della bancarella, al mercato di Salerno, quando il primo cliente, di mattina presto, compra qualcosa. Lo bacia il commerciante arabo, e poi se porta alla fronte, e poi dice hamdulillah, sia ringraziato Iddio.
La voce “denaro” è una di quelle che ho fatto per Fahrehneit, la trasmissione letterario-culturale di Rai Radio3. Oggi pomeriggio, alle 15 e 45 circa, l’ultima parola di questa settimana. Parola impegnativa.
Helena Cobban avverte che è uscito un rapporto di un Bipartisan Policy Center americano che preme per una escalation verso l’Iran.
If all other approaches—diplomatic, economic, financial, non-kinetic—fail to produce the desired objective, the new President will have to weigh the risks of failure to set back Iran’s nuclear program sufficiently against the risks of a military strike. We believe a military strike is a feasible option and must remain a last resort to retard Iran’s nuclear development, even if it is unlikely to solve all our challenges and will certainly create new ones… No matter how much the next president may wish a military strike not be necessary, it is prudent that he begin augmenting the military lever, including continuing the contingency planning that we have to assume is already happening, from his first day in office.
Interessanti i nomi di chi fa parte dell’istituto bipartisan.
I versi dovrebbero essere del 1964, o giù di lì. Quando Pier Paolo Pasolini vive in un kibbutz del nord di Israele (grazie Meron).
Ah, quale agio, quale diritto di riposo,
quale immemore pace di gente anonima, in chi
ha in cuore l’odio dell’invasore – curioso
invasore, bambino, inoffensivo, puro:
che si trova davanti alla sua colpa
come a una cosa aliena, non prevista
nell’affanno dell’obbedire a Dio.
E i nemici, rei d’irragionevole
pietà per la propria terra- che l’inconscio
sospinge dai domini dell’amore a quelli
dell’odio – resuscitando così
l’assurda cronaca a destino -
sono lassù a odiare, loro, di solo odio,
angeli sui loro monti inattingibili.
Attesi, come attendono le spose
gli uomini al loro.