Oggi comincia l’Eid el Fitr, la festa che chiude il ramadan, la festa delle famiglie, dei regali ai bambini e per la casa, il tempo in cui – nel mondo arabo – si dà una sorta di tredicesima a chi lavora. E allora, visto che si attendeva per oggi l’Eid, ieri ho preparato gli ultimi qatayef, con ripieno di noci, cannella, miele, e una spruzzata di essenza di fiori d’arancio. Sono venuti bene.
Eid Mubarak a tutti.
Il tempo come un bene. “Time has thus become another commodity, like land and water…”, scrive Julie Peteet sull’ultimo numero del Middle East Report, che si occupa proprio di “Time – The Politics of Waiting in Palestine”, tra check-point, difficoltà di comunicazione, e dunque perdita quotidiana del tempo individuale, collettivo, economico dei palestinesi.
E alla fine, un tributo a Mahmoud Darwish, con la traduzione da parte di Reema Hammami e John Berger di due poesie
…This name is mine…
and also my friends’ wherever they may be
And my temporary body is mine
present or absent…
Two metres of this earth will be enough for now
a meter and 75 centimeters for me
and the rest for flowers in a riot of color
who will slowly drink me
And what was mine is mine: my yesterday
and what will be in the distant tomorrow in the return
of the fugitive soul
as if nothing has been
and as if nothing has been
A light wound on the arm of the absurd present
History taunting its victims
and its heroes…
throwing them a glance and passing on
This sea is mine
This sea air is mine
And my name—if I mispronounce it on my coffin—is mine
And as for me—full of all reasons for leaving—I am not mine
I am not mine
I am not mine
La destra estrema ottiene un sorprendente (?) successo in Austria, la tradizione iniziata da Joerg Haider ha dato i suoi frutti. E guardacaso, il giorno dopo, si scopre che 90 tombe musulmane sono state profanate in un cimitero vicino Linz. E’ o non è un segno inequivocabile di un aumento dell’islamofobia di cui si tiene ancora poco conto in Europa? Seconda domanda: una notizia del genere avrà l’onore della prima pagina su di un giornale italiano?
Pian piano, ma con passo costante, la tensione cresce, in Israele e Palestina. Il periodo è delicato, si sa. Elezioni, transizioni, incarichi esplorativi, presidenti a fine mandato… La tensione, però, è di quelle che cresce con episodi piccoli, che non fanno notizia, sino ad arrivare a gesti che scuotono l’ambiente, come il ferimento del professor Zeev Sternhell, noto pacifista, storico del fascismo europeo, un uomo di una certa età che vive da molti anni in una casetta con giardino, in un quartiere tranquillo di Gerusalemme ovest, dov’ero stata molti anni fa, per una lunga intervista nel suo piccolo studio ‘intriso’ di libri. Quartiere tranquillo, anonimo quasi, sino a che Sternhell non è stato ferito (per fortuna leggermente) in un attentato dalla chiara matrice di destra. Della destra radicale. Attentato che poteva costare a Sterhell entrambe le gambe.
Prima e dopo il ferimento di Sternhell, però, gli episodi dell’Alta Tensione ci sono stati, in numero sempre crescente. Da una parte e dall’altra. Lanci di pietre, ogni sera: ieri sera a ovest di Betlemme e dalle parti di Hebron, bersaglio macchine e autobus israeliani, là dove la crescita delle colonie non accenna a fermarsi. Lanci di pietre che fanno seguito alla notizia dell’uccisione di un ragazzo palestinese di 18 anni nella Valle del Giordano. Lo hanno trovato crivellato di colpi, vicino a una colonia. I palestinesi accusano i coloni. Le autorità israeliane indagano.
E così, Haaretz ha oggi il secondo (forse il terzo?) titolo in sei mesi su di una possibile “terza intifada“…, proprio quando il dimissionario Ehud Olmert dice che Israele può solo cedere territorio, se vuol raggiungere un accordo: l’ultima chance prima che l’ipotesi di due stati uno accanto all’altro non ceda del tutto il passo alla cosiddetta one state solution (per ora irrealizzabile). Ora, né Olmert né tantomeno Haim Ramon, colui che appare in questi mesi come l’architetto del negoziato, almeno su Gerusalemme, vogliono ritornare alla linea del 1967. Niente di tutto ciò. Si parla di cessione di territori occupati solo in misura molto parziale, per raggiungere almeno un’intesa.
La Gerusalemme est di cui parla Ehud Olmert non è la Gerusalemme est occupata nel 1967, perché nel frattempo sono stati costruiti quartieri ebraici dentro la parte orientale che ospitano circa 200mila israeliani. E lo stesso vale per la Cisgiordania: le colonie che potrebbero essere smobilitate sono poche, rispetto agli insediamenti costruiti dalla nascita di Gush Emunin in poi. E saranno molto probabilmente quelli che si collocano ora a est del Muro di separazione, diventato de facto il possibile confine di Israele.
La frase preoccupante dell’articolo di Haaretz è l’ultima, quando dice che un episodio violento da parte dei coloni potrebbe fare da detonatore, come – dicono gli autori dell’articolo – successe con la passeggiata di Ariel Sharon sulla Spianata delle Moschee, esattamente otto anni fa. Una passeggiata che fu la miccia della seconda intifada. Un episodio, stavolta, potrebbe accendere del tutto il disagio crescente in Cisgiordania, dove la Fatah della base non va d’accordo con la Fatah che gestisce ora i servizi di sicurezza palestinesi, e che nello scorso anno e mezzo ha arrestato centinaia e centinaia di militanti di Hamas. Se un giorno scoppiasse una rivolta, non potremo certo dire che non ce lo aspettavamo.