Hadeel Alhodaif era riuscita a varcare il Mediterraneo e a far notizia solo da morta, la scorsa primavera. Aveva solo 25 anni, e non ce l’aveva fatta a uscire dal coma in cui era entrata all’improvviso. Con lei, è morto anche il suo Heaven’s step, uno dei blog più conosciuti dell’Arabia Saudita, messo su da una donna che scriveva: “vorrei educare le donne saudita all’importanza di bloggare, come un mezzo efficace che può influenzare molto l’opinione pubblica”.
Con la sua morte, la giovanissima Hadeel aveva almeno dischiuso la tenda su quella folta pattuglia di donne, e soprattutto ragazze, che affidano ai diari virtuali vita, amori, sogni e passioni. Un flusso di sentimenti complesso, difficile da interpretare se ci si ferma solo alla domanda: “ma Hadeel, il velo, lo indossava?”. Quasi certamente sì.
Forse un velo modesto. O forse un velo vezzoso, come quello che portano le muhajababes descritte dal libro omonimo di Allegra Stratton, uno dei libri più di successo tra il pubblico anglofono sulla pop culture araba del Terzo Millennio. Le muhajababes sono le ragazze che il foulard lo portano abbinato alla camicetta e ai jeans ultimo grido. Le stesse che conoscono a memoria le ultime hitlist proposte dai canali musicali satellitari. Quelle che adorano Amr Diab, il bello delle canzonette egiziane, e che allo stesso tempo hanno scelto come suoneria del telefonino Mohammed di Sami Yusuf, sul Profeta, dedicato alle vittime di Beslan.
La modernità versione under-30, nel mondo arabo-musulmano, ha poco a che fare con i nostri parametri. È declinato con miti diversi, ma usa spesso gli strumenti delle nostre periferie. Canta hip hop, insomma, e i suoi divi rapper si chiamano Mecca2Medina, Dam Palestine, Outlandish. Oppure scrive graffiti, produce street art di buon livello. Porta veli fancy e unghie laccate, e produce graphic art, poesie, nuova letteratura.
Arabi Invisibili è uno dei vincitori della sezione Italia del Premio Capalbio 2008. Sono contenta, soprattutto per gli “invisibili”. Mabrouk. Appuntamento, per chi è da quelle parti, a Capalbio il 31 agosto a piazza Magenta, alle 18 e 30.
Ho intervistato Salwa el Neimi, autrice de La Prova del Miele appena uscito da Feltrinelli. Donna colta, intelligente, solare. “L’idea di scrivere un libro erotico in arabo – mi ha detto – è una cosa naturale, con la sterminata eredità che abbiamo in materia. La nostra è una civiltà talmente raffinata sulle questioni relative al corpo e alla sessualità, che quello che è arrivato tradotto nelle lingue occidentali è veramente poca cosa”.
La versione integrale dell’intervista è su Lettera22.
E vai. Ancora una volta è il velo al centro dei nostri pensieri di italiani. Certo, non abbiamo altro a cui pensare. Anzi, per la precisione, voi italiani che vivete in Italia (io, all’estero, sono meno colpita dal caroprezzi) non avete altre preoccupazioni quotidiane. E dunque, per ingannare il tempo, cosa fare se non pensare al velo che le donne arabo-musulmane (ma non solo quelle) indossano? Il caso, noto, è quello di Ca’ Rezzonico, a Venezia, dove a una donna con niqab – velo che copre il volto – è stato negato l’accesso. Per questioni di sicurezza. Secondo me, legittime, che bastava forse risolvere nel modo in cui vengono risolte, per esempio, all’aeroporto di Amman, e in tutti gli altri aeroporti arabi: con il buonsenso. Se una donna ritiene di non potersi scoprire il volto per questioni religiose di fronte ad altri uomini che non siano suo marito e i membri della sua famiglia, basta chiedere a un’altra donna di verificare che la sicurezza non sia lesa dalla presenza di una donna velata col niqab. Luogo appartato, lontano da occhi (maschili) indiscreti, e la donna addetta alla sicurezza può fare il suo lavoro. Devo dire che, da donna occidentale aperta e femminista, l’idea di essere palpata da un uomo all’aeroporto, per questioni di sicurezza, non mi fa per niente piacere.
Ovviamente, com’è ormai da anni, la storia di Ca’ Rezzonico è diventata un modo per dare addosso all’arabo-musulmano di turno. Esempio classico: l’articolo pubblicato dal Giornale. Pieno, a prima vista, di legalismo e buoni sentimenti (tutti diretti, certo, all’impiegato del museo). Mi viene un dubbio: se, cioè, il vero problema non sia proprio in quella visita. Una famigliola arabo-musulmana non sbarca a Lampedusa, non “invade” un marciapiede a viale Jenner per pregare (a proposito, ma i mercatini rionali non “invadono” settimanalmente strade e marciapiedi?), non è esempio preclaro di degrado morale per violenze domestiche. Anzi, paga il biglietto ed è in regola per andare a visitare un museo, e non dei più noti di Venezia e d’Italia. Il che vuol dire che è istruita, che magari fa parte di una middle class piccola e misconociuta dai nostri media, e che conosce la nostra civiltà, alla cui costruzione – molti secoli fa – ha pure partecipato. E poi Venezia è per gli arabi un luogo ben conosciuto, con un suo nome ben preciso, Bundukiyya, perché i veneziani, a loro volta, gli arabi li conoscevano e con gli arabi non solo lottavano ma facevano affari.
Ultimo, banale appunto sulla storia di Ca’ Rezzonico: questo è solo il figlio avvelenato del tam tam mediatico che ormai da anni si occupa di arabi, e soprattutto musulmani, in maniere che – se fossero usate verso gli italiani o verso gli europei ‘bianchi’ – sarebbero considerate discriminatorie. Se non – in molti casi – razziste.
I valori, in Italia, sono diventati una coperta troppo stretta che non può coprire tutti. E che ognuno tira a suo piacimento. Nessuno, in Italia, si è posto il problema di come andassero vestite le donne in Oman, quando il sultano Qabus è venuto a farci visita. Ma già, il sultano Qabus portava investimenti, forse ricchezza, dei suoi Rolex in regalo abbiano saputo tutto, perché siamo un paese che non sa più a che santo votarsi. In quel caso, delle donne (velate) dell’Oman non occorreva occuparsi. Meglio dare addosso a un singolo, a una famigliola. Per non vedere i tanti veli che coprono le nostre vite. E anche i veli che coprono i nostri volti di donne occidentali: labbra gonfiate, zigomi rifatti, nasino all’insù, sorriso di cartapesta. Meglio di un niqab, certo. Ma quello stampino da chirurgia estetica, che rende tutte uguali, è tanto serializzato quanto un pezzo di stoffa nera. E non c’è neanche un afflato religioso che lo giustifichi.
L’ultimo numero (quello estivo) di Banipal è molto interessante. C’è di nuovo, nel magazine che fa un encomiabile lavoro come quello di tradurre letteratura araba in inglese, una finestra sulla letteratura siriana, ma ci sono anche nuovi giovani scrittori, come l’egiziano Mohamed Salah al Azab.
Della lunga lista di scrittori, fa parte anche Mahmoud Shukair, palestinese, di cui è riprodotta una sua lunga e complessa descrizione delle finestre della Città Vecchia di Gerusalemme. Perché le finestre possono dire tanto. Eccone un piccolo brano:
“The city continues to be concerned with remaining a city of diversity and of an implicit desire for openness without detriment to its concern with its genuinely original features.This is clear from many aspects of its appearance that need not be indicated but in some way can be appreciated in particular from its windows. There are windows of various patterns, sizes, forms and shapes; windows inspired by several cultures and civilisations; windows created by architects from a range of eras and of various nationalities.While wandering in the markets of Jerusalem, I come across Islamic architecture with its certain influences from Persian architecture and with its Ayyubid, Mamluke and Ottoman references. I come across Roman and Byzantine architecture, and medieval and modern European. I observe an architecture that encompasses certain secular dimensions concerned with the features of the city and its ability to embody delight and joy. In the meantime, I observe an architecture that encompasses certain religious dimensions meant to inspire awe in people’s souls and make them feel they are weak creatures in need of a Creator who will extend a helping hand to them and guide them to the straight path”.
(La foto è di Ukemi_42, su Flickr)