Il Qatar ce l’ha fatta (almeno per ora). Appuntamento domani a Doha, per tutte le fazioni libanesi in conflitto, per tentare di raggiungere un accordo sulla base di un piano in sei punti: questo il risultato dei colloqui avuti oggi a Beirut dalla delegazione della Lega Araba, guidata appunto dal premier qatariota. L’intesa interpalestinese della Mecca, oltre un anno fa, ha insegnato che bisogna fare i colloqui e poi gli accordi fuori dal paese, per evitare pressioni interne troppo forti da digerire (a dire il vero, la Comunità di Sant’Egidio ce lo ha insegnato molti anni fa, col Mozambico ma non solo). Funzionerà? Troppo presto per dirlo, visto poi il discorso pronunciato oggi alla Knesset da George W. Bush. La complessità non fa parte della Weltanschaaung dell’amministrazione americana, tutta protesa a una visione del mondo binaria. E dunque una mediazione così sottile, l’unica che potrebbe risolvere il mosaico libanese, non è contemplata. Chance di successo a medio termine, insomma, poche, molto poche. Ma nella Storia non si sa mai. La realtà potrebbe sempre superare le strategie a tavolino, create lontano dal Medio oriente.
Bruciano i campi, mentre l’accusa contro un’adolescente rom, di aver tentato di rapire un neonato, si trasforma in una presunta accusa. Bruciano i campi dei nomadi (e non solo) attorno a Napoli, e sembra che la procura abbia aperto un fascicolo per possibili implicazioni della camorra. Bruciano i campi rom, e in Italia il silenzio è totale. Nessuno s’indigna, denuncia, condanna, salvo l’eccezione ancora una volta encomiabile di Laura Boldrini, portavoce dell’Alto Commissariato Onu in Italia. Vox clamans, come spesso ormai succede. Ma cosa succede invece all’Italia? E che cavolo rimane di quello che mi aveva insegnato la Costituzione? Bruciano i campi, e questo non ci riguarda. Salvo il fatto che questi sono i primi frutti avvelenati (e purtroppo i primi di una raccolta che sarà abbondante) di quel neanche più tanto sottile martellamento mediatico che va in onda da anni, su alcuni quotidiani di larga diffusione, su alcuni telegionali, su alcuni programmi di informazione: un martellamento in cui la xenofobia è solo coperta da un leggero velo, oppure è veicolata attraverso l’angoscia della sicurezza. La xenofobia, però, è xenofobia. Il razzismo è razzismo, e non è più cattivo e velenoso se riguarda un gruppo piuttosto che un altro. Razzismo lo è sempre. E per fortuna che gli amici sono tali anche perché c’è un comune sentire. Wlodek Goldkorn non poteva esprimere meglio quel sentimento da Cassandra che provo ormai da molto tempo. Un sentimento che temeva l’arrivo di tempi oscuri, e che ora i tempi oscuri non li vede neanche più all’orizzonte. Li vede travolgere con le fiamme i campi rom attorno a Napoli. Il mio pard Attilio Scarpellini, invece, ha scritto un bellissimo atto d’amore intitolato semplicemente Zingari, che va non solo al cuore del nostro razzismo, ma anche al cuore della trasformazione urbana e culturale.
Il silenzio è comunque, appartiene a maggioranza e opposizione. E questo è ancora più preoccupante. Il significato è: meglio seguire quello che si ritiene essere il comune sentire della gente. Parecchi decenni fa, il comune sentire della gente dava vita ai pogrom. Che faremo? Lo seguiremo anche in quel caso?
Hamas, Hezbollah e al Qaeda sono la stessa cosa, titola oggi Haaretz, riportando le parole di George W. Bush in visita in Israele per la conferenza internazionale indetta dal presidente Shimon Peres, in occasione dei 60 anni della fondazione dello stato di Israele (oggi, per inciso, i palestinesi ricordano la nakba, la catastrofe del 1948). A parte la raffinata analisi della complessità mediorientale da parte dell’amministrazione americana, le parole di Bush significano soprattutto una cosa: che se Israele deciderà un’operazione in grande stile a Gaza contro Hamas, gli Stati Uniti saranno al suo fianco. E di grande operazione all’orizzonte parla appunto, oggi, il quotidiano liberal israeliano, indicando alcuni degli scenari estivi. Riassunto: non subito la massiccia operazione militare di terra, ma l’intensificazione degli attacchi aerei e delle incursioni di terra (attacchi e incursioni che mercoledì, a Gaza, hanno causato 4 morti e 15 feriti: la reazione palestinese è stato il Grad lanciato su Ashkelon, che ha colpito un centro commerciale ferendo 15 persone, di cui 10 rimangono oggi ancora in ospedale. Di notte, nuovo attacco israeliano: due morti e quattro feriti). L’estate si preannuncia, come ormai capita quasi ogni anno, molto calda in Medio Oriente. Per Gaza, soprattutto. Ma bisognerà anche vedere come evolverà la situazione a nord del confine di Israele.
In Libano, ieri sera, un primo compromesso è stato raggiunto, con la decisione del governo di Fuad Siniora di revocare le decisioni prese il 6 maggio scorso, e cioè la miccia che aveva provocato la durissima reazione armata di Hezbollah. La decisione è stata presa in serata dopo l’arrivo a Beirut della delegazione della Lega Araba guidata dal premier del Qatar, che ha proposto anche colloqui tra le parti in conflitto fuori dal Libano, a Doha. Gli Stati Uniti stanno a guardare? Non proprio, a giudicare dalla visita che un alto grado militare americano, Martin Dempsey, il capo di CENTCOM, ha compiuto a Beirut, incontrando anche il capo delle forze armate libanesi, Michel Suleiman. Sulla visita, è interessante anche questo post di Nukes&Spooks (via Friday-Lunch-Club). Gli USA accelereranno l’invio di equipaggiamento militare all’esercito, ed è tutto da vedere qual è l’obiettivo a medio termine di questa accelerazione. Per ora, l’esercito libanese è stato considerato l’unica istituzione che potesse simboleggiare l’unità nazionale. Bisognerà capire se gli aiuti dell’amministrazione repubblicana saranno improntati a conservarla, questa unità, oppure se l’obiettivo finale sarà quello di costruire un attore militare che possa contrastare la potenza delle milizie di Hezbollah. Se così fosse, sarebbe un gioco non solo difficile, ma soprattutto dall’esito incerto.