Il campo profughi di Deheishe non è uno dei posti più conosciuti del Medio Oriente. Eppure è a Betlemme, mèta di pellegrini che però – spesso – pensano più alle sacre pietre che agli uomini che ci vivono accanto. Con qualche illustre eccezione, perché proprio Deheishe fa da sfondo in una immagine celebre: Giovanni Paolo II e Yasser Arafat che si tengono per mano durante la visita che il pontefice compì in Terrasanta nella primavera del 2000, proprio nel campo di rifugiati alla periferia di Betlemme. I profughi di Deheishe furono molto colpiti dalla visita del papa, tanto che compirono un gesto poco noto, quando seppero della morte di Karol Wojtyla. Si recarono in processione, loro musulmani, alla chiesa della Natività di Betlemme, con questa motivazione: lui era venuto a incontrarci, sino a Deheishe, ora tocca a noi – in segno di rispetto – andare da lui.
Ieri sera, cinque adolescenti sono stati feriti dai soldati israeliani, proprio a Deheishe. La ricostruzione dell’agenzia di stampa palestinese, Maannews, dice che una decina di ragazzi hanno cominciato a tirare pietre a tre camionette dell’esercito israeliano che stavano percorrendo di pattuglia la strada vicino al campo profughi. Dall’ultima camionetta, un soldato a cominciato a sparare, colpendo cinque ragazzi tra i 13 e i 18 anni. Chi ha visto la prima intifada, potrebbe dire che una dinamica di questo genere ricorda la rivolta delle pietre cominciata il 9 dicembre 1987. Forse è così, forse (ancora) no.
Resta il fatto che eventi di questo tipo (magari meno sanguinosi di quello che è successo ieri sera alla periferia di Betlemme) si succedono quasi ogni giorno in Cisgiordania. Pietre tirate contro gli autobus dei coloni, molotov contro i soldati israeliani. Lontano dai nostri occhi, i piccoli episodi di una frustrazione crescente tra i palestinesi si allineano, come in un pallottoliere. Anche Jimmy Carter, due giorni fa a Gerusalemme, aveva speso più di una parola sulla mancanza di speranza che colpisce molti, in Cisgiordania: dai ragazzi delle scuole agli stessi esponenti del governo di Ramallah. Se e quando frustrazione e mancanza di speranza si congiungeranno con una precisa agenda politica, forse ci troveremo a raccontare dei ragazzi di Deheishe.
Come e perché un concorso di poesia, teletrasmesso dalla tv di Abu Dhabi, può diventare un caso politico che esprime le tensioni tra gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita. Lo racconta, in un articolo magistrale, Yves Gonzales Quijano su Le Flambeau. Un post scriptum: lo collegherei anche alla questione iraniana, e al profilo più marcato assunto dagli Emirati e dal Qatar, che stanno aprendo canali verso Teheran per evitare uno scontro.