Domani dovrebbe esserci lo sciopero generale in Egitto, indetto via internet. Le notizie continuano a susseguirsi, ma non si sa quanto seguito potrà avere. Comunque, è un filo da seguire. I Fratelli musulmani, che sino ad ora si erano astenuti dai commenti, hanno dato appoggio a distanza allo sciopero. L’Ikhwan dichiara di aver subito oltre ottocento arresti nelle ultime settimane, alla vigilia delle elezioni municipali che si terranno tra tre giorni. Uno dei leader dell’ala pragmatico-riformatrice, Essam el Aryan, lunghi periodi in carcere in Egitto inframmezzati da brevi periodi in libertà (almeno negli ultimi tre anni), ha pubblicato un commento che si può leggere sul forum di Forward, quotidiano ebraico online. A quanto ne so, è la prima volta che succede.
Essam el Aryan conferma che i Fratelli Musulmani parteciperanno alle elezioni, e spiega: “The Muslim Brotherhood is not pushing for radical change in Egypt. Aware of political realities, we decided to contest only 10,000 of the 52,000 seats the government announced are up for grabs in the local councils, so as not to provoke the regime into fixing the final results and to allow for coordination with other opposition groups. Realizing our responsibility as the country’s largest opposition group to defend the rights of minorities and vulnerable groups in Egyptian society, our lists included candidates from different economic and social classes, as well as women and Copts”.
Neanche alle elezioni politiche del 2005 i Fratelli musulmani avevano voluto premere più di tanto, presentando un numero di candidati che, se eletti in blocco, non avrebbero fatto la maggioranza del parlamento. Nonostante questa linea gradualista, le elezioni politiche furono segnate, nel secondo e soprattutto nel terzo turno, dalla chiusura di molti seggi a opera delle autorità di polizia.
Non si è spenta la eco del Salon du Livre di Parigi, e s’attende la Fiera di Torino. Nella fase d’interregno, la discussione su Israele ospite d’onore continua. Yves Gonzales Quijano, professore di letteratura araba all’università di Lione, saggista, traduttore – tra gli altri – di Rashid ad-Daif, Sonallah Ibrahim, Mahmoud Darwish, nonché direttore del Gremmo, interviene a suo modo. Indica, ed è una delle prime voci, che la scelta di Parigi ha eliminato una delle due lingue d’Israele, e cioè l’arabo, privilegiando solo l’ebraico. E traduce in francese due interventi pubblicati sulla stampa araba.
Un collage di fotografie. E un vetro spezzato a coprire l’olimpo iconico degli arabi. Dei palestinesi in questo caso, visto che il collage è l’installazione di un giovane artista palestinese, ospitato in una collettiva nel 2006 a Ramallah. Ma come? Gli arabi, e per di più musulmani, contemplano l’iconologia, i miti attraverso le immagini? La vulgata europea, negli anni scorsi, ci ha abituato a rigettare anche soltanto l’ipotesi che il mondo arabo possa avere immagini, rappresentazioni di persone umane, e costruire – spesso – su queste immagini la descrizione di questa strana epoca di transizione. Il giovane artista di Ramallah, invece, distrugge lo stereotipo con un semplice assemblaggio. In cui c’è tutto, o quasi, il percorso della cultura pop araba degli scorsi trent’anni.
Lo sceicco Ahmed Yassin, e il suo delfino Abdel Aziz al Rantissi, i due leader di Hamas assassinati dall’aviazione israeliana nel 2004. Vicino il Che, nel suo classico ritratto. E poi Nasrallah, in una piccola foto sovrastata da un Cristo sofferente con la corona di spine. Saddam Hussein giovane, quello della rivoluzione baathista, e sopra Yasser Arafat, iconico con la keffyah. Piccolo, in basso, il re della canzone politica e popolare, sheykh Imam, lo sceicco cieco che cantava assieme al più grande poeta di strada egiziano, Ahmed Fouad Negm. Poi di nuovo Che Guevara, con i capelli corti. E infine il più famoso cantante arabo di oggi, Kathem el Saher, l’erede del grande Abdel Halim, l’usignolo che ha fatto sognare generazioni di ascoltatori. La lista delle foto assemblate a Ramallah è facilmente trasportabile a Beirut, in Siria, al Cairo. Perché la cosmologia contemporanea della regione può avere qualche aggiustamento nazionale, ma il succo resta il medesimo.Un mix fatto di nazionalismo, di miti della contrapposizione e del conflitto, di simboli della lotta contro i regimi. E di agganci alle icone pop dell’Occidente, la più insuperata delle quali, il Che, è stato anche trasformato dal/sul web arabo e riprodotto “alla Warhol”, di volta in volta con le fattezze del Mahatma Gandhi o del leader politico di hezbollah, lo sceicco Hassan Nasrallah. Cosa significa, questo sincretismo dell’immagine? Il seguito del mio articolo, sulla Differenza e su Lettera22.