Luci spente? A Gaza già lo fanno…

admin | March 29th, 2008 - 4:41 pm

Gaza potrebbe essere il migliore testimonial della maratona ecologica che sta spegnendo in tutto il mondo le luci per almeno un’ora. Contro il riscaldamento globale. A Gaza, le luci sono spente ogni sera. A singhiozzo l’elettricità, anche se i riflettori non sono più accesi sulla Striscia di Gaza, dove vivono circa un milione e mezzo di persone. Qualcuno se ne ricorda? Magari, tra i verdi di tutto il mondo…

Ma cosa succede?

admin | March 29th, 2008 - 12:12 pm

Non sorprende che Arabia Saudita, Egitto, Giordania, e il Bahrein (che ospita la flotta statunitense nell’area) mandino a Damasco una delegazione di basso profilo per il summit della Lega Araba. Le frizioni non si aggiustano in un vertice, e la visita di Dick Cheney nell’area ha portato la pressione americana sugli alleati arabi ai massimi livelli. Il pacchetto è quello libanese-iraniano, ovviamente.
Ma una sorpresa, quella sì che c’è stata nel guardare la lista dei veri invitati giunti nella capitale siriana per il vertice di ieri e oggi. Non c’è il presidente yemenita, c’è solo il suo vice. Ma come, Ali Abdallah Saleh doveva venire a raccogliere i frutti della sua mediazione tra Fatah e Hamas, l’accordo per l’inizio del nuovo dialogo per la riconciliazione palestinese… Cosa è successo, nel frattempo?
Siamo solo alle ipotesi, ai tentativi di comprendere la realtà attraverso le mosse pubbliche. Prima ipotesi: il presidente yemenita non vuole rischiare un fallimento, e sentirsi dire da Mahmoud Abbas – presente al vertice – che quell’accordo non vale più, che sono troppo forti le pressioni per farlo cadere nel dimenticatoio (la prima, americana, sarebbe arrivata da Cheney, dicono le indiscrezioni, che era in riunione proprio con Abbas a Ramallah quando è arrivata al notizia della firma dell’intesa). Corollario: a coronare l’intesa ci sarebbe potuto essere, a Damasco, un incontro tra Khaled Meshaal e lo stesso Abbas. Incontro di cui non si parla: ci sarà? E se non ci sarà, cosa significa?
Arriviamo, così, alla seconda ipotesi: che ci sia maretta non solo dentro Fatah, ma anche dentro Hamas. Negli scorsi giorni, ci sono stati due tavoli su cui si è negoziato. Il primo, tra Fatah e Hamas nello Yemen, con la presenza di una figura di rilievo come Moussa Abu Marzouq, formalmente il numero due, sostanzialmente un dirigente che ha sempre inciso sulle scelte di Hamas da oltre dieci anni. Il secondo tavolo, è quello della tregua tra Hamas e Israele e del controllo di Rafah. Su questo secondo tavolo, le notizie di stampa dicono che stia lavorando anche Ghazi Hamad. Giornalista, dell’ala pragmatica e della generazione dei “giovani” (ha 44 anni), ex portavoce di Ismail Haniyeh quando era premier del primo governo monocolore di Hamas e poi del governo di unità nazionale, Hamad si è dimesso sbattendo la porta nell’ottobre del 2007: contestava profondamente il colpo di mano di giugno, di cui non ha saputo niente in anticipo. Hamad fa parte dell’ala politica partecipativa, dei settori riformatori, così come Abu Marzouq è considerato un pragmatico. Cosa significa, la loro presenza su tavoli paralleli? Che la dialettica tra l’ala militare e quella politica è più intensa di prima? Che la linea dell’ala dura non ha avuto risultati, e i politici – dopo esser stati isolati – son tornati a parlare?
Bisogna attendere, e leggere nella trama dei prossimi eventi.

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